Robert
FAURISSON
Teheran, 11 dicembre
2006
Al
Presidente Mahmoud Ahmadinejad
Ai
nostri prigionieri di coscienza Ernst Zündel, Germar Rudolf, Horst
Mahler
A
Arthur Butz, Fred Leuchter, Barbara Kulaszka, Ahmed Rami, Gerd
Honsik, Heinz Koppe
Le vittorie del
revisionismo
Sintesi
Al processo di Norimberga (1945-1946), il tribunale dei vincitori ha
accusato la Germania vinta in particolare
1)
di aver
ordinato e pianificato lo sterminio fisico degli ebrei d’Europa;
2)
di avere, a
questo scopo, messo a punto ed utilizzato delle armi di distruzione
di massa, in particolare, quelle chiamate “camere a gas”;
3)
di avere
provocato, essenzialmente con queste armi ma anche con altri mezzi,
la morte di sei milioni di ebrei.
A
sostegno di questa triplice accusa, ripresa per sessant’anni da
tutti i grandi mezzi di comunicazione occidentali, non è stata
esibita alcuna prova che resista all’esame. Il Professor Faurisson
ne ha concluso nel 1980:
“Le pretese camere a gas hitleriane e il preteso
genocidio degli ebrei costituiscono una sola e medesima menzogna
storica, che ha permesso una gigantesca truffa politico-finanziaria
i cui principali beneficiari sono lo Stato d’Israele e il sionismo
internazionale e le cui principali vittime sono il popolo tedesco –
ma non i suoi dirigenti – e l’intero popolo palestinese.”
Nel 2006 egli continua a sostenere integralmente questa conclusione.
In quasi sessant’anni, i revisionisti, a cominciare dai Francesi
Maurice Bardèche e Paul Rassinier, hanno accumulato, dal punto di
vista storico e scientifico, un’impressionante serie di vittorie sui
loro avversari. Vengono qui forniti venti esempi di queste vittorie,
che vanno dal 1951 ai giorni nostri.
Il revisionismo non è un’ideologia bensì un metodo ispirato dalla
ricerca dell’esattezza in materia di storia. Le circostanze fanno sì
che il revisionismo sia anche diventato la grande avventura del
tempo presente.
Nato nel 1929 da padre
francese e da madre britannica (scozzese), Robert Faurisson ha
insegnato lettere classiche (francese, latino, greco), in seguito si
è specializzato dapprima nell’analisi dei testi della letteratura
francese moderna e contemporanea e, infine, nella critica di testi e
documenti (letteratura, storia, mezzi di comunicazione). Egli ha
insegnato in particolare alla Sorbona e all’Università di Lione. A
causa delle sue prese di posizione revisioniste, è stato sospeso
dall’insegnamento. Più volte è stato condannato dalla giustizia. Ha
subito dieci aggressioni fisiche. In Francia stampa, radio e
televisione gli sono sbarrate così come ad ogni revisionista. Tra le
sue opere: Ecrits révisionnistes
(1974-1998), in quattro volumi (2ª edizione, LV-2027 p.).
Avvertenza
La presente relazione ha
per titolo “Le Vittorie del revisionismo” e non “Storia del
revisionismo” o “Argomentazioni della tesi revisionista”. Essa
tratta soltanto delle vittorie che i nostri avversari hanno dovuto
concederci in maniera esplicita o implicita. Non ci si deve dunque
aspettare di trovare qui menzione sistematica di autori, opere o
argomentazioni revisionisti. Se tuttavia dovessi raccomandare un
breve saggio di letture revisioniste, io consiglierei l’opera di
primo riferimento costituita da The Hoax of the Twentieth Century
/ The Case Against the Presumed Extermination of European Jewry,
pubblicata nel 1976 da Arthur Robert Butz. Il libro è magistrale. In
trent’anni di esistenza nessuno ne ha tentato la confutazione tanto
solidamente esso è costruito; io ne suggerisco la lettura
nell’edizione del 2003, che ha il vantaggio di contenere cinque
notevoli supplementi. Sarebbe anche opportuno leggere, di Fred
Leuchter, il suo famoso rapporto, An Engineering Report on the
Alleged Execution Gas Chambers at Auschwitz, Birkenau and Majdanek,
Poland; ne raccomando la lettura nell’edizione con copertina
dorata, pubblicata da
Samisdat Publishers a Toronto
nel 1988 e contenente, a pagina 42, il testo di una lettera del 14
maggio 1988 sulla totale assenza di orifizi sui tetti delle pretese
camere a gas dei crematori II e III di Auschwitz-Birkenau; F.
Leuchter ha anche pubblicato altri tre rapporti sulla questione
delle camere a gas. Del chimico tedesco Germar Rudolf non si
mancherà di leggere almeno
Lectures on the Holocaust / Controversial Issues Cross Examined,
Theses
and Dissertations Press (PO Box 257768, Chicago, IL 60625, USA),
2005, nonché l’impressionante serie (più di trenta volumi
attualmente) che egli ha pubblicato con il titolo
Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, senza contare,
in inglese, la sua rivista The Revisionist e molte altre
pubblicazioni che fanno già dell’opera di G. Rudolf (oggi
quarantaduenne e incarcerato in Germania) uno straordinario
monumento scientifico. Infine, citiamo l’opus magnum
dell’avvocatessa canadese Barbara Kulaszka, Did Six Million
Really Die? / Report of the Evidence in the Canadian “False News”
Trial of Ernst Zündel, 1988, pubblicato nel 1992; la densità
tipografica ne fa un’opera di circa mille pagine in formato usuale.
Il testo mostra come, durante i due lunghissimi processi intentati a
Ernst Zündel nel 1985 e nel 1988 dinanzi ad un tribunale di Toronto,
la controparte, confrontata con l’argomentazione revisionista, sia
crollata: una vera Stalingrado per gli storici ortodossi, a
cominciare dal maggiore di loro, Raul Hilberg. Studi essenziali sono
stati scritti dai Tedeschi Wilhelm Stäglich e Udo Walendy,
dall’Italiano Carlo Mattogno, dallo Spagnolo Enrique Aynat Eknes,
dallo Svizzero Jürgen Graf e da una decina di altri autori. I 97
numeri di The Journal of Historical Review (1980-2002),
dovuti per una buona parte all’Americano Mark Weber, costituiscono
una miniera d’informazioni su tutti gli aspetti della ricerca
revisionista. In Francia, Pierre Guillaume, Serge Thion, Henri
Roques, Pierre Marais, Vincent Reynouard, Jean Plantin sono
succeduti a Maurice Bardèche e a Paul Rassinier. Non si contano più
nel mondo le pubblicazioni e i siti Internet di carattere
revisionista, e ciò nonostante la censura e la repressione.
L’“Olocausto” resta nondimeno l’unica religione ufficiale di tutto
l’Occidente, una religione micidiale se mai ce ne fu una. E che
continua ad ingannare milioni di brave persone con i metodi più
grossolani: esposizione di cumuli di occhiali, di capelli, di scarpe
o di bagagli presentati come “reliquie” di “gassati”, fotografie
falsificate o il cui senso è stato distorto, uso di documenti
innocui alterati o interpretati in controsenso, messe in scena di
testimoni professionisti, moltiplicazione all’infinito di monumenti,
di cerimonie, di spettacoli, shoatico lavaggio del cervello sin
dalla scuola, escursioni organizzate verso i luoghi santi del
preteso martirio ebraico e processi spettacolari con richiami al
linciaggio.
* * *
Il
presidente Ahmadinejad ha usato la parola giusta: il preteso
“Olocausto” degli ebrei è un “mito”, cioè una credenza
tenuta in vita dalla credulità o dall’ignoranza. In
Francia, è perfettamente lecito proclamare che non si crede in Dio
ma è vietato dire che non si crede nell’“Olocausto”, o semplicemente
che se ne dubita. Questo divieto di ogni specie di contestazione è
diventato formale e ufficiale con la legge del 13 luglio 1990. Detta
legge è stata pubblicata sul « Journal Officiel » (Gazzetta
ufficiale della Repubblica francese) all’indomani, cioè il 14
luglio, giorno della commemorazione della Repubblica e della
Libertà. Essa afferma che la pena può arrivare fino a un anno di
carcere e a un’ammenda di 45 000 euro; ma è anche possibile la
condanna al pagamento degli interessi e di considerevoli spese di
pubblicazioni giudiziarie. La giurisprudenza precisa che tutto ciò
si applica “anche se [tale contestazione] viene presentata sotto
forma mascherata o dubitativa o attraverso insinuazione” (Code
pénal, Parigi, Dalloz, 2006, p. 2059). La Francia non ha dunque
che un mito ufficiale, quello dell’“Olocausto”, e non conosce che un
blasfemo, colui che oltraggia l’“Olocausto”.
Personalmente, l’11 luglio 2006, sono stato ancora
una volta citato in giudizio dinanzi a un tribunale di Parigi sulla
base di questa legge speciale. Il presidente del tribunale che mi
giudicava, Nicolas Bonnal, aveva seguito un tirocinio di formazione
alla repressione del revisionismo su Internet, un corso di
addestramento organizzato dal Centro Simon Wiesenthal di Parigi
sotto l’egida del Consiglio rappresentativo delle istituzioni
ebraiche di Francia (CRIF)! In un comunicato trionfalmente
intitolato: “Il CRIF parte attiva della formazione dei magistrati
europei” quest’organismo ebraico, il cui potere politico è enorme,
non aveva temuto di annunciare urbi et orbi che esso contava
Nicolas Bonnal tra i suoi allievi o tirocinanti
(http://www.crif.org/?page=articles_display/detail&aid=7222&artyd=2&stinfo=297.376.1467>).
Non è tutto. Al mio processo, per fare buon peso, si è dato il caso
che la procuratrice della Repubblica fosse un’ebrea di nome Anne de
Fontette; nel perorare la sua requisitoria, quest’ultima, benché
presumibilmente tenuta a parlare in nome di uno Stato laico, ha
fatto appello alla vendetta di “Jahvè, protettore del suo popolo
eletto” contro “le labbra false” di Faurisson, colpevole di aver
concesso un’intervista telefonica di carattere revisionista a una
stazione radio-televisiva iraniana, Sahar 1.
Le conclusioni
della
ricerca revisionista
I Tedeschi del Terzo Reich hanno voluto estirpare
gli ebrei d’Europa ma non sterminarli. Essi hanno auspicato “una
soluzione finale territoriale della questione ebraica” e non
una “soluzione finale” nel senso di una qualsivoglia soppressione
fisica (auspicare una “soluzione finale della disoccupazione” non
significa volere la morte dei disoccupati). I Tedeschi hanno avuto
dei campi di concentramento ma non dei “campi di sterminio”
(espressione forgiata dalla propaganda alleata). Essi hanno
utilizzato delle camere a gas di disinfezione che
funzionavano in particolare con un insetticida chiamato Zyklon B (a
base di acido cianidrico) ma non hanno mai avuto camere a gas
omicide o camion a gas omicidi. Essi hanno utilizzato dei forni
crematori per cremare i cadaveri e non per infornare degli
esseri viventi. Dopo la guerra, le fotografie dette “di atrocità
naziste” ci mostravano sia dei malati, sia dei moribondi, sia dei
morti ma non dei morti ammazzati. A causa del blocco degli
Alleati, a causa dei bombardamenti generalizzati e a causa
dell’apocalisse vissuta dalla Germania alla fine di un conflitto di
quasi sei anni, la carestia e le epidemie, in particolare il tifo,
avevano devastato il paese e, in particolare, i campi dell’ovest
sovrappopolati per l’arrivo in massa dei detenuti evacuati dai campi
dell’est e privati di cibo, di medicinali e dello Zyklon B
necessario alla protezione contro il tifo.
In quel macello che è una guerra, si soffre. In una
guerra moderna, i civili delle nazioni belligeranti soffrono
talvolta tanto quanto i soldati, se non di più. Durante il conflitto
che, dal 1933 al 1945, li ha opposti ai Tedeschi, gli ebrei europei
hanno dunque dovuto soffrire ma infinitamente meno di quanto essi
osino affermare con sfacciataggine. Certo, i Tedeschi li hanno
trattati come una minoranza ostile o pericolosa (c’erano delle
ragioni per questo) e contro queste persone le autorità del III
Reich sono state indotte ad adottare, a causa della guerra, delle
misure, sempre più coercitive, di polizia o di sicurezza militare.
In certi casi, tali misure sono arrivate fino alla reclusione in
campi d’internamento oppure fino alla deportazione verso campi di
concentramento o di lavori forzati. A volte, gli ebrei sono stati
giustiziati per sabotaggio, spionaggio, terrorismo e, soprattutto,
per attività di guerriglia a favore degli Alleati, principalmente
sul fronte russo ma non per la semplice ragione che essi erano
ebrei. Giammai Hitler ha ordinato o permesso di uccidere una
persona in ragione della razza o della religione. Quanto alla cifra
di sei milioni di decessi ebrei, essa è una pura invenzione che non
ha mai ottenuto giustificazione nonostante gli sforzi in questo
senso dell’istituto Yad Vashem di Gerusalemme.
Di fronte alle tremende accuse lanciate contro la
Germania vinta i revisionisti hanno detto agli accusatori:
1)
Mostrateci un solo documento
che, a vostro parere, provi che Hitler o un qualsiasi
nazionalsocialista ha ordinato e pianificato lo sterminio fisico
degli ebrei;
2)
Mostrateci quell’arma di
distruzione di massa che sarebbe stata una camera a gas;
mostratecene una sola, a Auschwitz o altrove; e se per caso,
pretendete che non potete mostrarcene una perché i Tedeschi, secondo
voi, avrebbero distrutto “l’arma del crimine”, forniteci almeno un
disegno tecnico che rappresenti uno di quei mattatoi che, stando a
quello che dite, sarebbero stati distrutti dai Tedeschi e spiegateci
come quell’arma dalla resa fantastica ha potuto funzionare senza
comportare la morte degli esecutori o dei loro aiutanti;
3)
Spiegateci come siete
arrivati alla vostra cifra di sei milioni di vittime.
Ora, in più di sessant’anni, gli storici-accusatori
ebrei o non ebrei si sono rivelati incapaci di fornire una risposta
a queste tre domande. Essi hanno dunque accusato senza prove. Questo
si chiama calunniare.
Ma c’è qualcosa di più grave: i revisionisti hanno
enumerato una serie di fatti reali che provano che questo sterminio
fisico, queste camere a gas e questi sei milioni non sono potuti
esistere. 1) Il primo di questi fatti è che, per tutta la durata
della guerra, milioni di ebrei europei hanno vissuto sotto gli occhi
di tutti, essendo una buona parte di loro impiegata nelle fabbriche
dai Tedeschi che avevano una terribile penuria di manodopera, e quei
milioni di ebrei non sono stati dunque uccisi. Meglio: i Tedeschi
hanno ostinatamente offerto agli Alleati, fino all’ultimo mese del
conflitto, di consegnare loro tanti ebrei quanti i secondi avrebbero
auspicato all’espressa condizione che non fosse per inviarli in
Palestina, e ciò per riguardo verso “il nobile e valente popolo
arabo” già angariato dai coloni ebrei. 2) Il secondo di questi
fatti, che ci è stato accuratamente nascosto, è che gli eccessi
eventualmente commessi contro gli ebrei potevano comportare le
sanzioni più severe; uccidere anche un solo ebreo o una sola ebrea
poteva valere, persino per i soldati tedeschi, la condanna a morte
da parte di un tribunale militare e la fucilazione. Altrimenti
detto, gli ebrei che vivevano sotto l’amministrazione tedesca
continuavano, se osservavano i regolamenti in vigore, a godere della
protezione della legge penale, anche nei confronti delle forze
armate. 3) Il terzo di questi fatti è che le pretese camere a gas
naziste di Auschwitz o di altre parti sono semplicemente
inconcepibili per delle ragioni fisiche o chimiche che sono ovvie:
mai, dopo la pretesa gassazione con gas cianidrico di centinaia o
migliaia di uomini in un locale, altri uomini sarebbero potuti
penetrare in un vero e proprio bagno di quel veleno per manipolarvi
ed estrarre tanti cadaveri che, trattati con il cianuro in
superficie e in profondità, sarebbero diventati intoccabili.
Il gas cianidrico aderisce fortemente alle superfici; esso penetra
persino nel cemento o nel mattone ed è difficile da aerare; penetra
nella pelle, s’insinua nei corpi, si mescola agli umori. Negli Stati
Uniti, è proprio questo il gas che si utilizza ancora ai giorni
nostri in una camera a gas per l’esecuzione di un condannato a
morte, ma proprio tale camera è di acciaio e di vetro, essa è dotata
di un congegno necessariamente molto complicato e richiede
straordinarie precauzioni d’uso; basta vedere una camera a gas
americana destinata all’esecuzione di un solo individuo per rendersi
conto che le pretese camere a gas di Auschwitz che si suppone siano
servite per l’esecuzione di stuoli d’individui, giorno dopo giorno,
non sono potute esistere né hanno potuto funzionare.
Ma allora, si dirà, che cosa è stato di tutti quegli
ebrei di cui, noi, revisionisti, concludiamo dalle nostre ricerche
che non sono mai stati uccisi? La risposta è qui, sotto i nostri
occhi e alla portata di tutti: una parte degli ebrei d’Europa è
morta, come decine di milioni di non ebrei, a causa della guerra,
della fame, delle epidemie e un’altra parte degli ebrei è ben
sopravvissuta, a milioni, alla guerra. Questi ultimi si sono fatti
abusivamente chiamare “miracolati”. Nel 1945, i “sopravvissuti” o i
“miracolati” ebrei europei si contavano a milioni e si sono
sparpagliati in una cinquantina di paesi del mondo, a cominciare
dalla Palestina. Come avrebbe potuto una pretesa decisione di
sterminio fisico degli ebrei generare milioni di “miracolati” ebrei?
Milioni di “miracolati”, non è più un miracolo; è un falso miracolo,
è una menzogna, è una frode.
Per parte mia, nel 1980, ho riassunto in una frase
di sessanta parole francesi le conclusioni delle ricerche
revisioniste:
Le pretese camere a gas hitleriane e il preteso
genocidio degli ebrei formano una sola a medesima menzogna storica,
che ha permesso una gigantesca truffa politico-finanziaria i cui
principali beneficiari sono lo Stato d’Israele e il sionismo
internazionale e le cui principali vittime sono il popolo tedesco,
ma non i suoi dirigenti, e l’intero popolo palestinese.
Oggi, nel 2006, vale a dire ventisei anni dopo, io
continuo a sostenere questa frase nella sua integralità. Essa non mi
era ispirata da nessuna simpatia o antipatia politica o religiosa.
Essa trovava il suo fondamento in fatti assodati che avevano
cominciato a portare alla luce, da un lato, Maurice Bardèche, nel
1948 e nel 1950, con i suoi due libri sul processo di Norimberga e,
dall’altro, Paul Rassinier, nel 1950, pubblicando La menzogna di
Ulisse. A partire dal 1951, anno dopo anno, i nostri avversari,
così ricchi, così potenti, così accaniti nel praticare tutte le
forme possibili di repressione contro il revisionismo, si sono visti
costretti a darci progressivamente ragione sul piano tecnico,
scientifico e storico. Le vittorie riportate dal revisionismo
della Seconda guerra mondiale sono numerose e significative, ma,
bisogna purtroppo riconoscerlo, restano ancora ai giorni nostri
quasi sconosciute al grande pubblico. Queste vittorie, i potenti
hanno fatto di tutto per nasconderle al mondo. Ciò si comprende: il
loro dominio e la loro divisione del mondo sono in qualche modo
fondati sulla religione del preteso “Olocausto” degli ebrei. Mettere
in discussione l’“Olocausto”, svelarne pubblicamente la
straordinaria impostura, strappare la maschera agli uomini politici,
ai giornalisti, agli storici, agli universitari, agli uomini di
chiesa, di clan, di cricca che, per più di sessant’anni hanno
predicato il falso pur brandendo l’anatema contro gli empi,
costituisce un’avventura pericolosa. Ma, come si vedrà, nonostante
la repressione, il tempo sembra finire per giocare a favore dei
revisionisti.
Esempi di vittorie revisioniste
Non ricorderò qui che venti di queste vittorie.
1) Nel 1951, l’ebreo Léon Poliakov, che era
addetto alla delegazione francese al processo di Norimberga
(1945-1946), ha concluso che, per tutti i punti della storia del III
Reich noi disponevamo di documenti in sovrabbondanza ad eccezione di
un solo punto: la “campagna di sterminio degli ebrei”. Qui, scrive,
“Non è rimasto alcun documento, forse non è mai esistito”
(Bréviaire de la haine, Parigi, Calmann-Lévy, 1974 [1951], p.
171 – in italiano: Il nazismo e lo sterminio degli ebrei,
Torino, Einaudi, 1955).
Osservazione:
c’è qui
una straordinaria concessione alla tesi revisionista. Infatti,
un’impresa criminale così tremenda presumibilmente concepita,
ordinata, organizzata e perpetrata dai Tedeschi avrebbe necessitato
di un ordine, un piano, delle istruzioni, un bilancio preventivo,…
Una tale impresa, condotta per anni, su tutto un continente e con il
risultato di causare la morte di milioni di vittime, avrebbe
lasciato una valanga di prove documentali. Di conseguenza, se ci
vengono a dire che forse non sono mai esistite tali prove
documentali, significa che il crimine in questione non è stato
perpetrato. In assenza di qualsiasi documento, allo storico non
resta che tacere. L. Poliakov ha fatto questa concessione nel 1951,
cioè cinquantacinque anni or sono. Ora bisogna sapere che, dal 1951
al 2006, anche i suoi successori hanno fallito nel trovare la minima
prova documentale. Sporadicamente, qua e là, si è assistito a dei
tentativi di farci credere a tale o tal altra scoperta ma, ogni
volta, come si vedrà qui di seguito, è stato necessario venire a più
miti consigli.
2) Nel 1960, Martin Broszat, membro
dell’Istituto di storia contemporanea di Monaco di Baviera ha
scritto: “Né a Dachau, né a Bergen-Belsen, né a Buchenwald, sono
stati gassati ebrei o altri detenuti” « Die Zeit », 19 agosto 1960,
p. 16).
Osservazione:
Quest’improvvisa e inspiegabile concessione è significativa. Al
processo di Norimberga, la sola camera a gas omicida che l’accusa si
fosse azzardata a mostrarci in un film era stata quella di Dachau e
numerose erano state le testimonianze di pretese gassazioni omicide
nei tre campi sopra citati. M. Broszat riconosce dunque
implicitamente che queste testimonianze erano false. Egli non ci
dice in che cosa esse erano false. Non ci dice neanche in che cosa
altre testimonianze riguardanti, per esempio, Auschwitz, Majdanek,
Treblinka, Sobibor o Belzec continuerebbero ad essere degne di fede.
Negli anni ‘80, a Dachau, un cartello indicava in cinque lingue che
la “camera a gas mascherata da doccia” che i turisti visitavano non
era “mai servita” come tale. I revisionisti avevano allora chiesto
in che cosa la stanza potesse essere qualificata come “camera a gas”
omicida. Di colpo, le autorità del Museo di Dachau hanno ritirato
quel cartello per sostituirlo con un altro in cui, in tedesco e in
inglese, si dice ora: “Camera a gas. Qui si trovava il centro del
potenziale assassinio di massa” e si aggiunge che “potevano essere
gassati fino a 150 uomini alla volta” in questo spazio con dello
Zyklon B. Si noteranno le parole “potenziale” e “potevano” (in
inglese “potential” e “could”). La scelta di queste parole dimostra
una bella doppiezza: fa nascere nei turisti l’idea che detta “camera
a gas” è effettivamente servita a uccidere ma, nello stesso tempo,
permette di ribattere ai revisionisti: “Noi non abbiamo detto
espressamente che questa camera a gas è servita a uccidere; abbiamo
semplicemente detto che essa poteva o sarebbe
potuta servire, a quel tempo, a uccidere tante persone”. Per
concludere, nel 1960, M. Broszat ha decretato, senza alcuna
spiegazione, in una semplice lettera che nessuno era stato gassato a
Dachau; poi, negli anni successivi, le autorità del Museo di Dachau,
assai imbarazzate, hanno cercato, a prezzo di diversi raggiri che
sono variati con il tempo, d’ingannare i visitatori facendo loro
credere che, in questa stanza dall’aspetto di doccia (e per una
buona ragione, perché questo era), erano state veramente gassate
delle persone.
3) Nel 1968, la storica ebrea Olga
Wormser-Migot, nella sua tesi su Le Système concentrationnaire
nazi, 1933-1945 (Parigi, Presses universitaires de France,
1968), ha dedicato tutta una trattazione a ciò che essa chiama “Il
problema delle camere a gas” (pp. 541-544). Essa vi esprime il
proprio scetticismo sul valore di celebri testimonianze che
attestano l’esistenza di camere a gas in campi come quelli di
Mauthausen o di Ravensbrück. Su Auschwitz-I è categorica: questo
campo in cui, ancora oggi, i turisti visitano una pretesa camera a
gas era, in realtà, “privo di camera a gas” (p. 157).
Osservazione:
Per
muovere contro i vinti delle orribili accuse di gassazioni omicide,
ci si è fidati soltanto di testimonianze e queste testimonianze
non sono state verificate. Notiamo qui il caso particolare di
Auschwitz-I: dunque 38 anni fa, una storica ebrea ha avuto il
coraggio di scrivere che questo campo era “privo di camera a gas”;
ora, ancora oggi, nel 2006, i turisti visitano a schiere a
Auschwitz-I una stanza che si osa, ingannevolmente, presentare loro
come una “camera a gas”. Qui ci troviamo di fronte ad un raggiro.
4) Nel 1979, trentaquattro storici francesi
hanno firmato una lunga dichiarazione comune in risposta alle
argomentazioni tecniche che io avevo personalmente invocato per
dimostrare che l’esistenza e il funzionamento delle camere a gas
naziste si scontrano con delle impossibilità materiali radicali.
Secondo la tesi ufficiale, Rudolf Höss, uno dei tre comandanti
successivi di Auschwitz, aveva confessato (!) e descritto
come a Auschwitz e a Birkenau si gassavano gli ebrei. Secondo questa
confessione, assai vaga, quando le vittime sembravano aver esalato
l’ultimo respiro, si metteva in moto un apparecchio di aerazione e
una squadra di prigionieri ebrei entrava immediatamente nell’ampia
stanza per rimuoverne i cadaveri e trasportarli fino ai forni
crematori. R. Höss diceva che quegli ebrei procedevano a quel lavoro
con noncuranza fumando e mangiando. Io ho fatto osservare che era
impossibile: non si può penetrare fumando e mangiando in un locale
saturo d’acido cianidrico (gas velenoso, penetrante ed esplosivo)
per toccarvi, manipolare ed estrarne con gran fatica migliaia di
cadaveri impregnati d’acido cianidrico e dunque intoccabili. Nella
loro dichiarazione, i trentaquattro storici mi hanno risposto: “Non
bisogna domandarsi come un tale assassinio di massa sia stato
tecnicamente possibile. È stato tecnicamente possibile poiché ha
avuto luogo” (« Le Monde », 21 febbraio 1979, p. 23).
Osservazione:
Questa
risposta equivale a schivare la domanda posta. Se ci si tira
indietro così, significa che si è incapaci di rispondere. E se
trentaquattro storici si trovano a tal punto nell’incapacità di
spiegare come un crimine di queste dimensioni è stato perpetrato,
significa che questo crimine sfida le leggi della natura; dunque è
immaginario.
5) Sempre nel 1979, le autorità americane si
sono infine decise a rendere pubbliche delle fotografie aeree di
Auschwitz che, fino a quel momento, tenevano nascoste. Con cinismo o
ingenuità, i due autori della pubblicazione, Dino A. Brugioni e
Robert G. Poirier, ex-membri della CIA, danno alla piccola raccolta
di foto il titolo di The Holocaust Revisited e incollano qua
e là delle etichette che recano le parole “gas chamber(s)”, ma, nei
loro commenti, nulla sta a giustificare tali appellativi. (Central
Intelligence Agency, Washington, February 1979, ST-79-10001).
Osservazioni:
Oggi,
nel 2006, questo raggiro ci fa pensare alla miserabile dimostrazione
dell’ex-ministro americano Colin Powell che cercava di provare, con
lo stesso procedimento delle etichette apposte su delle foto aeree,
l’esistenza di stabilimenti di fabbricazione di “armi di distruzione
di massa” nell’Iraq di Saddam Hussein. In realtà, queste fotografie
di Auschwitz infliggono una smentita alla tesi delle camere a gas
naziste. Ciò che vi si vede distintamente, sono degli innocui
crematori senza folla di persone accalcate all’esterno in attesa di
penetrare nei pretesi spogliatoi e nelle pretese camere della morte.
I terreni circostanti sono sgombri e visibili da ogni parte. Le
aiuole dei giardinetti di questi crematori sono ben disegnate e non
portano traccia del calpestio, quotidiano, di migliaia di persone.
Il crematorio n. 3, per esempio, è contiguo a quello che noi
sappiamo essere, grazie a dei documenti sicuri del Museo di Stato di
Auschwitz, un campo di calcio ed è vicino a un campo di pallavolo (Hefte
von Auschwitz, 15, 1975, fuori testo delle pagine 56 e 64). Esso
è anche vicino ai 18 baraccamenti ospedalieri del campo degli
uomini. Ci sono state trentadue incursioni aeree degli Alleati sopra
questa zona che comprendeva anche gli importanti impianti
industriali di Monowitz. Si comprende che gli Alleati vi abbiano
bombardato a più riprese il settore industriale pur risparmiando per
quanto possibile ciò che era chiaramente un campo di concentramento,
di lavoro e di transito e non un “campo di sterminio”, sul quale non
sono cadute in fin dei conti che alcune bombe vaganti.
6) Nel 1982, il 21 aprile, è stata fondata a
Parigi un’associazione per lo studio degli assassinî con il gas
sotto il regime nazionalsocialista (ASSAG) “allo scopo di ricercare
e controllare gli elementi recanti la prova dell’utilizzo dei
gas tossici da parte dei responsabili del regime nazionalsocialista
in Europa per uccidere le persone di varie nazionalità, contribuire
alla pubblicazione di questi elementi di prova, prendere a
tal fine tutti i contatti utili a livello nazionale ed
internazionale”. L’articolo 2 dello statuto sancisce: “La durata
dell’Associazione è limitata alla realizzazione del suo scopo
enunciato all’articolo 1.” Ora, quest’associazione fondata da
quattordici persone, tra cui Germaine Tillion, Georges Wellers,
Geneviève Anthonioz nata de Gaulle, l’Avv. Bernard Jouanneau e
Pierre Vidal-Naquet, non ha, in quasi un quarto di secolo, mai
pubblicato niente e nel 2006 continua a esistere. Qualora si
sostenesse a torto che essa ha prodotto un libro intitolato
Chambres à gaz, secret d’Etat, sarebbe opportuno ricordare che
in tal caso si tratta in effetti della traduzione in francese di
un’opera pubblicata in tedesco da Eugen Kogon, Hermann Langbein e
Adalbert Rückerl e dove figurano alcuni contributi di alcuni membri
dell’ASSAG (Parigi, Editions de Minuit, 1984).
Osservazione:
Il titolo di quest’opera, da solo, dà una buona idea del contenuto:
invece di prove, poggianti su fotografie di camere a gas, disegni,
schizzi, rapporti peritali sull’arma del delitto, il lettore non
trova che speculazioni a partire da ciò che viene chiamato “elementi
di prove” (e non “prove”), e ciò perché, ci dicono, queste camere a
gas avrebbero costituito il più grande dei segreti possibili, un
“segreto di Stato”. Se c’è un’“arma di distruzione di massa” che
avrebbe meritato una perizia in debita forma, è proprio quell’arma.
Infatti, essa costituisce un’anomalia nella storia della scienza per
almeno due ragioni: è senza precedenti e non ha avuto seguito; essa
è sorta dal nulla per ritornare nel nulla. Ora, la storia della
scienza non conosce nessun fenomeno del genere. In ogni caso, per il
solo fatto di esistere ancora oggi nel 2006, si può dire che
quest’associazione detta ASSAG non ha ancora realizzato lo scopo per
il quale era stata fondata, ben presto venticinque anni or sono.
Essa non ha dunque ancora trovato né prove e nemmeno elementi di
prove dell’esistenza delle “camere a gas naziste”.
7) Nel 1982, dal 29 giugno al 2 luglio, si è
tenuto a Parigi, alla Sorbona, un simposio internazionale sotto la
presidenza di due storici ebrei, François Furet e Raymond Aron.
Secondo gli organizzatori, si trattava di replicare solennemente e
pubblicamente a Robert Faurisson e a “un gruppetto di
anarchico-comunisti” che gli avevano fornito il proprio sostegno
(allusione a Pierre Guillaume, Jean-Gabriel Cohn-Bendit, Serge Thion
nonché ad altri libertari, a volte ebrei). L’ultimo giorno, durante
la tanto attesa conferenza stampa, i due organizzatori hanno dovuto
ammettere pubblicamente che, “nonostante le ricerche più erudite”,
non era stato trovato un ordine di Hitler di uccidere gli ebrei.
Quanto alle camere a gas, essi non vi hanno nemmeno fatto cenno.
Osservazione:
Questo simposio ha costituito il primo tentativo al fine di mostrare
al grande pubblico che i revisionisti mentivano. Come altri simposi
dello stesso genere (in particolare nel 1987, sempre alla Sorbona),
ne è stato vietato l’accesso ai revisionisti e, come tutti gli altri
simposi, senza eccezione, è sfociato in un completo fallimento per
gli organizzatori.
8) Nel 1983, il 26 aprile, terminava, in
appello, il lungo processo che mi era stato intentato nel 1979, in
particolare da alcune organizzazioni ebraiche, per “danno ad altri”
attraverso la “falsificazione della storia” (sic). Quel
giorno, la prima sezione della corte d’appello civile di Parigi,
sezione A (presidente Grégoire), pur confermando la mia condanna per
“danno ad altri” rendeva un sostenuto omaggio alla qualità dei miei
lavori. Essa affermava, infatti, che non si poteva individuare nei
miei scritti sulle camere a gas alcuna traccia di leggerezza,
alcuna traccia di negligenza, alcuna traccia di deliberata
ignoranza, né alcuna traccia di menzogna e che, di conseguenza, “il
valore delle conclusioni difese dal Signor Faurisson [sulle camere a
gas] appartiene dunque alla sola valutazione degli esperti,
degli storici e del pubblico”.
Osservazione:
Se non si possono rilevare presso l’autore di lavori che confutano
la tesi delle camere a gas né leggerezza, né negligenza, né
deliberata ignoranza, né menzogna, né “falsificazione”, è la prova
che tali lavori sono quelli di un ricercatore serio, diligente,
coscienzioso, probo ed autentico, e ciò a un grado tale che si deve
avere il diritto di sostenere pubblicamente, come egli fa, che dette
camere a gas non sono altro che un mito.
9) Nel 1983, il 7 maggio, Simone Veil, che è
ebrea ed essa stessa una “sopravvissuta al genocidio”, ha dichiarato
a proposito delle camere a gas: “Nel corso di un processo intentato
a Faurisson per aver negato l’esistenza delle camere a gas, coloro
che intentano il processo sono costretti ad apportare la prova
incontrovertibile della realtà delle camere a gas. Ora tutti sanno
che i nazisti hanno distrutto queste camere a gas ed eliminato
sistematicamente tutti i testimoni” (« France-Soir Magazine », 7
maggio 1983, p. 47).
Osservazione:
Se non ci sono né arma del crimine né testimonianze, che cosa resta?
Che cosa pensare dei locali presentati come camere a gas a milioni
di visitatori tratti in inganno? Che cosa pensare dei personaggi che
si presentano come testimoni o come miracolati delle camere a gas?
Per parte sua, S. Veil è la prima autorità olocaustica che abbia
così dato ad intendere che ogni preteso testimone delle gassazioni
non può essere che un falso testimone. Già il 6 marzo 1979, nel
corso di un dibattito dei “Dossiers de l’écran” organizzato dalla
televisione francese sull’uscita dello sceneggiato americano a
puntate “Holocaust”, essa aveva manifestato il proprio disprezzo per
Maurice Benroubi presentato come un “testimone delle camere a gas”.
Quest’ultimo aveva di colpo mostrato un’estrema discrezione riguardo
alla sua “testimonianza” apparsa poco prima su «L’Express» (3-9
marzo 1979, p. 107-110).
10) Nel 1961, l’ebreo Raul Hilberg, Number
One degli storici ortodossi, aveva pubblicato la prima
edizione della sua opera più importante ed è stato nel 1985
che ne ha pubblicato la seconda edizione profondamente riveduta e
corretta. La distanza di tempo tra queste due edizioni è
considerevole e non si può spiegare che con la sequenza di vittorie
riportate nel frattempo dai revisionisti. Nella prima edizione,
l’autore aveva freddamente affermato che “la distruzione degli ebrei
d’Europa” era stata innescata a seguito di due ordini successivi
dati da Hitler. Egli non precisava né la data né il contenuto di
tali ordini. In seguito pretendeva di spiegare nei minimi
particolari il processo politico, amministrativo e burocratico di
tale distruzione; per esempio egli arrivava a dire che a Auschwitz
lo sterminio degli ebrei era organizzato da un ufficio incaricato
della disinfezione degli abiti e dello sterminio degli esseri umani
contemporaneamente (The Destruction of the European Jews,
1961, nuova edizione nel 1979 presso Quadrangle Books, Chicago,
pp. 177, 570). Ora, nel 1983, rinunciando completamente a
questa spiegazione, R. Hilberg è giunto all’improvviso ad affermare
che il processo di “distruzione degli ebrei d’Europa” si era svolto,
in fin dei conti, senza piano, senza organizzazione, senza
centralizzazione, senza progetto, senza bilancio preventivo, ma, in
tutto e per tutto, grazie a “un incredibile incontro degli
spiriti, una trasmissione di pensiero
consensuale in seno a una vasta burocrazia”, la burocrazia
tedesca (an incredible meeting of minds, a consensus mind reading
by a far-flung bureaucracy) («Newsday», New York, 23 febbraio
1983, p. II/3). Questa spiegazione, R. Hilberg la confermerà sotto
giuramento al processo Zündel del 1985 a Toronto, il 16 gennaio
1985 (resoconto testuale, p. 848); poi, la confermerà di nuovo
con altre parole nella versione profondamente riveduta della sua
opera The Destruction of the European Jews, New York, Holmes
& Meier, 1985, pp. 53, 55, 62 ; in francese, La Destruction des
juifs d’Europe, Parigi, Fayard, 1988, pp. 51, 53, 60 — in
italiano: La Distruzione degli ebrei d’Europa, Torino,
Einaudi, 1995). Infine l’ha appena confermata nuovamente
nell’ottobre 2006 in un’intervista concessa a « Le Monde »: “Non
c’era uno schema guida prestabilito. Quanto alla questione della
decisione, essa è in parte insolubile: non si è mai ritrovato nessun
ordine firmato da Hitler, di suo pugno, probabilmente perché un tale
documento non è mai esistito. Io sono persuaso che le burocrazie
sono mosse da una sorta di struttura latente: ogni decisione ne
comporta un’altra, poi un’altra e così via, anche se non è possibile
prevedere esattamente la tappa seguente” (« Le Monde des livres » ,
20 ottobre 2006, p. 12).
Osservazione:
Lo storico Number One del genocidio degli ebrei si è
dunque trovato così smarrito che è improvvisamente arrivato a
rinnegarsi e a spiegare una gigantesca impresa d’assassinio
collettivo come se questa si fosse realizzata in qualche modo per
opera dello Spirito Santo. Egli evoca, infatti, un “incontro degli
spiriti” in seno a una burocrazia e definisce quest’incontro
“incredibile”. Se esso è incredibile, perché ci si dovrebbe credere?
Bisogna credere all’incredibile? Egli invoca anche la “trasmissione
di pensiero” e la definisce “consensuale”, ma si tratta qui di una
pura speculazione intellettuale a base di credenza nel
soprannaturale. Come credere a un fenomeno di questo genere, in
particolare in seno a un vasto apparato burocratico e più in
particolare ancora, in seno alla burocrazia del III Reich? È da
notare che al modo di R. Hilberg, gli storici ufficiali hanno
incominciato, negli anni 1980-1990, ad abbandonare la storia e a
cadere nella metafisica e nel gergo. Essi si sono interrogati sul
punto di sapere se bisognava essere “intenzionalisti” o
“funzionalisti”: bisognava supporre che lo sterminio degli ebrei era
avvenuto a seguito di un’“intenzione” (non ancora provata) e secondo
un piano concertato (non ancora trovato) oppure tale sterminio era
avvenuto da solo, spontaneamente e nell’improvvisazione, senza
intenzione formale e senza alcun piano? Questo tipo di controversia
fumosa testimonia lo smarrimento di storici che, incapaci di fornire
delle prove e dei documenti a sostegno della loro tesi, sono ridotti
a teorizzare a vuoto. In fondo, gli uni, gli “intenzionalisti”, ci
dicono: “Ci sono stati necessariamente un’intenzione e un piano, che
non abbiamo ancora trovato ma che forse scopriremo davvero un
giorno”, mentre gli altri affermano: “Non c’è bisogno di ricercare
le prove di un’intenzione e di un piano perché tutto è potuto
avvenire senza intenzione, senza piano e senza lasciare tracce;
simili tracce sono introvabili perché non sono mai esistite”.
11) Nel maggio 1986, in Francia, degli ebrei,
allarmati nel constatare che non riuscivano a replicare ai
revisionisti sul semplice piano della ragione, hanno deciso
d’intraprendere un’azione al fine di ottenere la repressione legale
del revisionismo. Questi ebrei sono principalmente Georges Wellers e
Pierre Vidal-Naquet riuniti, con i loro amici, attorno al rabbino
capo di Francia, René Samuel Sirat (« Bulletin quotidien de l’Agence
télégraphique juive », 2 giugno 1986, pp. 1, 3). Nel giro di quattro
anni, essi otterranno, in particolare grazie all’ebreo Laurent
Fabius, ex-primo ministro e presidente dell’Assemblea nazionale, il
voto, il 13 luglio 1990, di una legge speciale che permette
d’infliggere a ogni persona che faccia pubblicamente dei discorsi
revisionisti a proposito dello “sterminio degli ebrei” una pena che
può arrivare fino a un anno di carcere, un’ammenda di un massimo di
300 000 Ffr (45 000 euro) e altre pene ancora. Questo colpo di mano
costituisce una flagrante confessione di debolezza.
Osservazione:
G. Wellers e P. Vidal-Naquet sono stati messi in allarme soprattutto
dalla sentenza del 26 aprile 1983 (vedere sopra, il paragrafo 8). Il
primo ha scritto: “La corte ha riconosciuto che [Faurisson]si era
ben documentato. Il che è falso. È stupefacente che la corte ci sia
cascata”( «
Le Droit de vivre
», giugno-luglio 1987, p. 13). Il secondo ha scritto che la Corte
d’appello di Parigi “ha riconosciuto la serietà del lavoro di
Faurisson, che è il colmo, e, insomma, lo ha condannato solo per
aver agito con malanimo riassumendo le sue tesi in slogan” (Les
Assassins de la mémoire, Parigi, La Découverte, 1987, p. 182 –
in italiano: Gli assassini della memoria, Roma, Ed. Riuniti,
1993).
12)
Nel 1986, in agosto, Michel de Boüard, ex-membro della
resistenza deportato, professore di storia, preside della facoltà di
lettere dell’università di Caen, membro dell’Institut de France,
responsabile, in seno al Comitato di storia della seconda guerra
mondiale, della commissione di storia della deportazione, ha
dichiarato che in fin dei conti “la faccenda è putrefatta”.
Egli precisava che la faccenda in questione, quella della storia del
sistema dei campi di concentramento tedeschi, era “putrefatta” da,
secondo le sue parole, “un’enormità d’invenzioni, d’inesattezze
ripetute ostinatamente, in particolare sul piano numerico, di
amalgami, di generalizzazioni”. Accennando agli studi dei
revisionisti, aggiungeva che c’erano “d’altra parte, degli studi
critici molto approfonditi per dimostrare l’inanità di tali
esagerazioni” (« Ouest-France », 2-3 agosto 1986, p. 6).
Osservazione:
M. de Boüard era uno storico professionista e addirittura lo storico
francese più competente in storia della deportazione. Fino al 1985
egli difendeva la posizione strettamente ortodossa ed ufficiale.
Dalla lettura della tesi del revisionista Henri Roques sulla pretesa
testimonianza dell’SS Kurt Gerstein, ha compreso il suo errore. Egli
l’ha onestamente riconosciuto, arrivando persino a dire che, se egli
aveva fino a quel momento personalmente avallato l’esistenza di una
camera a gas nel campo di Mauthausen, era a torto, prestando fede a
ciò che si diceva. (La sua morte prematura avvenuta nel 1989 ha
privato il campo revisionista di un’eminente personalità che si era
ripromessa di pubblicare un’opera destinata a mettere in guardia gli
storici contro le menzogne ufficiali della storia della Seconda
guerra mondiale).
13) Nel 1988, Arno Mayer, professore
americano di origine ebraica, docente all’università di Princeton di
storia dell’Europa contemporanea, ha scritto a proposito delle
“camere a gas naziste”: “Le fonti per lo studio delle camere a gas
sono al contempo rare e dubbie” (Sources for the study of
the gas chambers are at once rare and unreliable) (The
“Final Solution” in History , New York, Pantheon Books, 1988, p.
362 ; in francese, La « solution finale » dans l’histoire,
prefazione di Pierre Vidal-Naquet, Parigi, La Découverte, 1990, p.
406 — in italiano: Soluzione finale: lo sterminio degli ebrei
nella storia europea, Milano, Mondadori, 1990).
Osservazione:
Ancora oggi, nel 2006, il grande pubblico persiste nel credere che,
come glielo suggeriscono instancabilmente i mezzi di comunicazione,
le fonti per lo studio delle camere a gas siano innumerevoli e
indiscutibili. Al simposio della Sorbona del 1982, A. Mayer non
aveva avuto, come il suo amico Pierre Vidal-Naquet, parole mai
abbastanza dure per i revisionisti; ora, sei anni dopo, ecco che
questo storico ultra-ortodosso si è notevolmente avvicinato alle
conclusioni revisioniste.
14) Nel 1989, lo storico elvetico Philippe
Burrin, ponendo come principio e senza dimostrarlo che camere a gas
naziste e genocidio ebraico sono esistiti, ha tentato di determinare
in che data e da chi era stata presa la decisione di sterminare
fisicamente gli ebrei d’Europa. Egli non ha avuto maggiore successo
di tutti i suoi colleghi “intenzionalisti” o “funzionalisti” (Hitler
et les juifs / Genèse d’un génocide, Parigi, Seuil, 1989 — in
italiano: Hitler e gli ebrei: genesi di un genocidio, Genova,
Marietti, 1994). Egli ha dovuto constatare l’assenza di tracce del
crimine e notare ciò che egli ha deciso di chiamare “la
cancellazione ostinata della traccia di un passaggio d’uomo” (p. 9).
Egli deplora “le grandi lacune della documentazione” e
aggiunge: “Non sussiste alcun documento che riguardi un ordine di
sterminio firmato da Hitler. […] Con ogni probabilità, gli
ordini furono impartiti verbalmente. […] le tracce qui sono non
soltanto poco numerose e sparse, ma di difficile interpretazione”
(p. 13).
Osservazione:
Ecco ancora uno storico professionista che riconosce di non poter
produrre alcun documento a sostegno della tesi ufficiale. Il grande
pubblico immagina che le tracce del crimine siano numerose e prive
di ambiguità ma lo storico che ha esaminato la documentazione
afferente, per parte sua, non ha trovato niente se non rare parvenze
di “tracce” delle quali si domanda quale interpretazione dare.
15) Nel 1992, Yehuda Bauer, professore
all’università ebraica di Gerusalemme, ha
dichiarato nel corso di una conferenza internazionale tenutasi a
Londra sul genocidio degli ebrei: “Il pubblico ripete ancora, giorno
dopo giorno, la sciocca storia (the
silly story) che vuole che lo sterminio
degli ebrei sia stato deciso a Wannsee” (comunicato della Jewish
Telegraphic Agency riportato su « The Canadian Jewish
News », 30 gennaio 1992).
Osservazione:
Oltre al fatto che un’attenta lettura del “verbale” della riunione
di Berlino-Wannsee del 20 gennaio 1942 prova che i Tedeschi
pensavano ad una “soluzione finale territoriale [eine
territoriale Endlösung] della questione ebraica”, che
sarebbe sfociata in “rinnovamento ebraico” in uno spazio geografico
da determinare, la dichiarazione assai tardiva di Yehuda Bauer
conferma che questo punto primario della tesi dello sterminio degli
ebrei non ha in effetti alcun valore. Aggiungiamo, a nostra volta,
che lo sterminio degli ebrei non è stato deciso né a Wannsee né
altrove. L’espressione “campi di sterminio” non è che un’invenzione
della propaganda di guerra americana e alcuni esempi provano che,
durante questa guerra, l’assassinio d’un solo ebreo o d’una sola
ebrea esponeva il suo autore, fosse egli civile o militare, membro o
no delle SS, al comparire davanti al consiglio di guerra
dell’esercito tedesco e alla fucilazione (in sessant’anni, mai un
solo storico ortodosso ha fornito una spiegazione a questo genere di
fatti rivelati dalla difesa persino dinanzi al tribunale di
Norimberga).
16) Nel gennaio 1995, lo storico francese
Eric Conan, co-autore con Henry Rousso di Vichy, un passé qui ne
passe pas (Parigi, Gallimard, 2001 [1994, 1996]), ha scritto
che in definitiva io avevo avuto ragione di certificare, alla fine
degli anni ’70, che la camera a gas visitata a Auschwitz da milioni
di turisti era completamente falsa. Secondo E. Conan, che si
esprimeva su un grande settimanale francese: “Tutto lì è falso […].
Alla fine degli anni ’70, Robert Faurisson sfruttò tanto meglio
quelle falsificazioni quanto più responsabili del museo si
mostravano recalcitranti nel riconoscerle”. E. Conan prosegue:
“[Alcune persone], come Théo Klein, [preferiscono che si lasci la
camera a gas] così come sta ma spiegando al pubblico il
travisamento: ‘la Storia è quello che è; basta dirla, anche
quando non è semplice, piuttosto che aggiungere artificio ad
artificio’”. E. Conan riferisce poi un discorso stupefacente
della vice-direttrice del Museo nazionale di Auschwitz, che, per
parte sua, non si decide a spiegare al pubblico il travisamento.
Egli scrive: “Krystyna Oleksy […] non vi si risolve: ‘Per il
momento, la si lascia così come sta [questa stanza qualificata come
camera a gas] e non si fornisce alcuna precisazione al visitatore. È
troppo complicato. Si vedrà più avanti’” (Eric Conan,
“Auschwitz : la mémoire du mal”, « L’Express », 19-25 gennaio 1995,
p. 68).
Osservazione:
Questo discorso di una responsabile polacca significa in chiare
parole: abbiamo mentito, mentiamo, e fino a nuovo ordine,
continueremo a mentire. Nel 2005, io ho chiesto a E. Conan se le
autorità del Museo di Auschwitz avevano pubblicato una smentita o
sollevato una protesta contro l’affermazione che egli aveva
attribuito, nel 1995, a K. Oleksy. La sua risposta è stata che non
c’era stata né smentita, né protesta. Nel 1996, quest’impostura e
altre relative anch’esse al campo di Auschwitz-I sono state
denunciate da due autori ebrei, Robert Jan van Pelt e Deborah Dwork,
in un’opera scritta congiuntamente: Auschwitz, 1270 to the
Present, Yale University Press, 443 p. Ecco un saggio delle
parole che sgorgano dalla loro penna: « postwar obfuscation »,
« additions », « deletions », « suppression »,
« reconstruction », « largely a postwar reconstruction »
(p. 363), « reconstructed », « usurpation », « re-created »,
« four hatched openings in the roof, as if for pouring Zyklon B
into the gas chamber below, were installed [after the war] »
(p.364), « falsified », « inexact », « misinformation »,
« inappropriate » (p. 367), « falsifying » (p. 369).
Nel 2001, il carattere fallace di questa camera a gas da effetto
Potëmkin è stato riconosciuto anche in un libretto che accompagna
due CD-Rom e che s’intitola: Le Négationnisme. Redatto da
Jean-Marc Turine e Valérie Igounet, questo libretto reca una
prefazione di Simone Veil (Radio-France – INA, Vincennes, Frémeaux
et Associés).
17) Nel 1996, Jacques Baynac, storico
francese, di sinistra e risolutamente antirevisionista sin dal 1978,
ha finito per ammettere, dopo matura riflessione, che non c’erano le
prove dell’esistenza delle camere a gas naziste. Non si può far
altro, scrive, che constatare “l’assenza di documenti, di tracce
o di altre prove materiali” (« Le Nouveau Quotidien de Lausanne
», 2 settembre 1996, p. 16, e 3 settembre 1996, p. 14). Ma persiste
nel credere nell’esistenza di quelle magiche camere a gas.
Osservazione:
Insomma, J. Baynac dice: “Non ci sono prove ma io credo”, mentre un
revisionista pensa: “Non ci sono prove, quindi rifiuto di credere e
il mio dovere è contestare”.
18) Nel 2000, alla fine della sua Histoire
du négationnisme en France (Parigi, Gallimard), Valérie Igounet
ha pubblicato un lungo testo alla fine del quale Jean-Claude
Pressac, che era stato uno dei più accesi avversari dei
revisionisti, firma un vero e proprio atto di capitolazione.
Infatti, riprendendo la parola del professor Michel de Boüard,
dichiara che la faccenda del sistema dei campi di concentramento è “putrefatta”,
e ciò in maniera irrimediabile. Egli scrive: “Si può forse
raddrizzare il timone?” e risponde: “È troppo tardi”. Aggiunge:
“L’attuale forma, pur tuttavia trionfante, della presentazione
dell’universo dei campi è condannata”. Egli termina
considerando che tutto ciò che è stato così inventato attorno a
delle sofferenze troppo reali è destinato “alle pattumiere
della storia” (pp. 651-652). Nel 1993-1994, questo
protetto dell’ebreo Serge Klarsfeld e del rabbino americano Michael
Berenbaum, direttore scientifico del Museo dell’Olocausto di
Washington, era stato celebrato in tutto il mondo come uno
straordinario ricercatore che, nel suo libro su
Les Crématoires d'Auschwitz. La
machinerie du meurtre de masse,
Parigi, CNRS éditions, 1993, (in italiano: Le macchine dello
sterminio. Auschwitz 1941-1945, Milano, Feltrinelli, 1994),
aveva, sembra, messo a terra l’idra del revisionismo. Qui, nel libro
di V. Igounet, lo si vede firmare la sua capitolazione.
Osservazione:
Il grande pubblico era stato tenuto all’oscuro di un fatto
d’importanza capitale: l’uomo provvidenziale che la stampa del mondo
intero aveva presentato come uno straordinario ricercatore che aveva
infine scoperto la prova scientifica dell’esistenza delle camere a
gas naziste, quell’uomo ha finito per riconoscere il proprio errore.
Qualche anno dopo, non c’è stato neanche un organo di stampa che
abbia segnalato la sua morte.
19) Nel 2002, il summenzionato R. J. van Pelt
ha pubblicato The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving
Trial, Indiana University Press, XVIII-571 p. Si sa che David
Irving, che è tutt’al più un semi-revisionista e mal conosce
l’argomentazione revisionista, ha perso il processo per diffamazione
che aveva avuto l’imprudenza d’intentare all’universitaria ebrea
americana Deborah Lipstadt. Egli ha maldestramente cercato di
sostenere la tesi –perfettamente giusta del resto – secondo la quale
non sono esistite camere a gas omicide a Auschwitz. Ma egli ha
tuttavia segnato un punto essenziale e, se il giudice Charles Gray,
poi altri giudici dopo quest’ultimo avessero avuto più coraggio,
quel punto avrebbe dovuto permettergli di vincere la causa.
L’argomentazione si riassumeva in una formula di quattro parole che
io avevo lanciato nel 1994: “No holes, no Holocaust”. Il mio
ragionamento era stato il seguente: 1. Auschwitz è al centro
dell’“Olocausto”; 2. I grandi crematori di Auschwitz-Birkenau, o
Auschwitz-II, sono al centro del vasto complesso di Auschwitz; 3.
Nel cuore di questi crematori si trovavano, sembra, una o più camere
a gas omicide; 4. Oggi uno solo di questi crematori (il crematorio
n. 2), sebbene sia in rovina, permette di andare ad esaminare la
stanza che si suppone essere stata una camera a gas omicida; è il
presunto luogo di un crimine esso stesso presunto; 5. Ci viene detto
che, per uccidere i detenuti ebrei ammucchiati nella stanza, un
membro delle SS, portandosi sul tetto di cemento di detta camera a
gas, versava dei granuli di Zyklon B attraverso quattro orifizi
regolari situati sul soffitto; 6. Ora basta guardare per rendersi
conto che tali orifizi non sono mai esistiti; 7. Dunque il crimine
non può essere stato commesso. R. J. van Pelt, testimoniando contro
D. Irving, ha sofferto le pene dell’inferno per cercare di trovare
una risposta a questa argomentazione. In fin dei conti, né lui né i
suoi collaboratori ci sono riusciti. Il giudice Gray ha dovuto,
anche lui, riconoscere “the apparent absence of evidence of holes” (resoconto
testuale, p. 490) e, in maniera più generale, egli ha concesso che “contemporaneous
documents yield little clear evidence of the existence of gas
chambers designed to kill humans” (p. 489; per maggiori dettagli si
farà riferimento alle pagine 458-460, 466-467, 475-478 e 490-506).
Nel testo stesso della sua sentenza, Charles Gray riconosce la
propria sorpresa: “I have to confess that, in common I suspect with
most other people, I had supposed that the evidence of mass
extermination of Jews in the gas chambers at Auschwitz was
compelling. I have, however, set aside this preconception when
assessing the evidence adduced by the parties in these proceedings”
(1371). Il fallimento degli storici-accusatori è qui flagrante e D.
Irving avrebbe dovuto vincere il processo grazie a questa
constatazione di un giudice che gli era ostile: i documenti d’epoca
non ci consegnano davvero che pochi elementi di prova, che siano
chiari, dell’esistenza delle camere a gas naziste e dunque di una
politica tedesca di sterminio degli ebrei. Non è forse, dopo tutto,
ciò che concludevano già, come abbiamo visto in precedenza, molti
storici ebrei, a cominciare da Léon Poliakov nel 1951?
20) Nel 2004, uno storico francese, Florent
Brayard, ha pubblicato un’opera intitolata: La « solution finale
de la question juive ». La technique, le temps et les catégories de
la décision, Parigi, Fayard, 640 p. Nel 2005, in una recensione
di quest’opera, si potevano leggere le tre frasi seguenti: “Si sa
che il Führer non ha né redatto né firmato un ordine di soppressione
degli ebrei, che le decisioni – perché ce n’è stata più d’una – sono
state prese nel corso di colloqui segreti con Himmler,
forse Heydrich e/o Göring. Si suppone che,
piuttosto di un ordine esplicito, Hitler abbia dato il proprio
accordo a delle richieste o dei progetti dei suoi interlocutori.
Forse egli non lo ha nemmeno formulato, ma si è fatto capire con
un silenzio o un consenso” (Yves Ternon, « Revue d’histoire de la
Shoah », luglio-dicembre 2005, p. 537).
Osservazione:
Quasi ad ogni parola, queste frasi mostrano che l’autore è ridotto a
delle avventurose speculazioni. Quando osa affermare senza il minimo
indizio che Hitler si è forse fatto capire “con un silenzio o un
consenso”, egli non fa che riprendere la teoria del “nod” (cenno del
capo del Führer!) emessa dal professor Christopher Browning al
processo Zündel di Toronto nel 1988. Non un universitario di
convinzioni antirevisioniste si è mostrato più scadente e più scemo
di questo shabbat-goy. Tant’è vero che, annientata dalle vittorie
revisioniste, la tesi ufficiale ha finito per svuotarsi di ogni
contenuto scientifico.
Bilancio di queste vittorie revisioniste
Ricapitoliamo brevemente queste vittorie
revisioniste.
Messi con le spalle al muro dai revisionisti, gli
storici ufficiali del preteso sterminio fisico degli ebrei hanno
finito per riconoscere che, dal punto di vista storico e scientifico
non resta loro alcuna argomentazione per sostenere la loro atroce
accusa. Essi riconoscono infatti: 1) di non potere invocare a
sostegno nessun documento che provi il crimine; 2) di essere
incapaci di fornire la minima rappresentazione dell’arma del
crimine; 3) di non possedere prove e nemmeno elementi di prove; 4)
di non potere nominare alcun testimone veridico (ved., sopra,
l’opinione di S. Veil); 5) che la loro faccenda è putrefatta
(bis), irrimediabilmente putrefatta e che è
destinata alle pattumiere della storia; 6) che le fonti un tempo
citate a sostegno si sono rivelate non soltanto molto più rare di
quanto si pretendesse ma anche dubbie; 7) che le pretese tracce sono
poco numerose, sparse, di difficile interpretazione; 8) che da parte
loro c’erano stati falsificazioni, travisamento, artificio; 9) che a
sostegno della tesi ufficiale si è invocata troppo spesso una
“storia sciocca” (sic), quella di una decisione di sterminare
gli ebrei che sarebbe stata presa il 20 gennaio 1942 a
Berlino-Wannsee; 10) che il primo di loro, Raul Hilberg, oggi è
ridotto a spiegare tutto, in maniera strampalata, con delle presunte
iniziative che la burocrazia tedesca avrebbe arditamente preso,
secondo lui, senza ordine, senza piano, senza istruzione, senza
controllo e semplicemente grazie, pare, ad un’incredibile incontro
degli spiriti e una trasmissione di pensiero consensuale. Questi
storici ufficiali non hanno saputo rispondere ad alcuna domanda o
constatazione dei revisionisti del tipo: 1) “Show me or draw me a
Nazi gas chamber” ; 2) “Bring me one proof, one single piece of
evidence of your own choosing, on the grounds of which to assert
that there was a genocide”; 3) “Bring me one testimony, one single
testimony, the best one in your opinion” o ancora 4) “No holes, no
Holocaust”. Essendo alle corde, gli storici di corte hanno fatto
appello ai tribunali per condannare i revisionisti, ma, contro ogni
aspettativa, è accaduto che i giudici siano arrivati a rendere
omaggio alla probità dei revisionisti oppure abbiano manifestato
sorpresa di fronte alla rarità o all’assenza delle prove documentali
presso gli accusatori. Allora, dapprima in Francia, poi in molti
altri paesi d’Europa, questi accusatori hanno fatto appello al voto
di leggi speciali per far tacere i revisionisti. Qui hanno firmato
la loro sconfitta. Ricorrere a leggi speciali, alla polizia e alla
prigione, equivale a confessare la propria impotenza ad utilizzare
le argomentazioni della ragione, della storia e della scienza.
Potrebbero essere qui ricordate altre cento
argomentazioni che provano che, sul piano della storia e della
scienza, non resta più pietra su pietra dell’immenso edificio di
menzogne eretto dai seguaci dell’“Olocausto” o della “Shoah”.
In contrasto con questo campo di rovine si è visto innalzarsi
l’edificio di tutta una letteratura revisionista. Vi si scoprono
documenti, fotografie, perizie, trascrizioni di processi, rapporti
tecnici e scientifici, testimonianze, studi statistici a iosa, il
tutto riguardante cento aspetti della storia della Seconda guerra
mondiale che mostrano che cosa sia stata in realtà la sorte degli
ebrei europei e che dimostrano in maniera eclatante che la versione
ebraica di questa guerra rientra ampiamente nell’ordine del mito.
Dal mito, gli ebrei sono arrivati alla mitologia e dalla mitologia
alla religione o, piuttosto, a una parvenza di religione. Oggi,
i servitori di questa falsa religione assomigliano sempre più a dei
preti che continuano a officiare e che ripetono con insistenza le
formule sacre ma, manifestamente, senza avere più la fede. Essi non
credono più veramente al loro “credo”. È così, per esempio che, da
una decina d’anni a questa parte, li si vede consigliare alle loro
greggi di osservare la massima discrezione possibile sull’argomento
delle camere a gas. Nelle sue memorie il grande testimone falso Elie
Wiesel ha scritto nel 1994: “Le camere a gas, è meglio che restino
chiuse agli sguardi indiscreti. E all’immaginazione” (Tous les
fleuves vont à la mer …, Parigi, Le Seuil, 1994, p. 97 – in
italiano: Tutti i fiumi vanno al mare. Memorie, Milano,
Bompiani, 2002). Come lui, Claude Lanzmann (autore del film Shoah),
Daniel Goldhagen (autore di Hitler’s Willing Executioners –
in italiano:
I volonterosi carnefici di Hitler,
Milano, Mondadori, 1997), Simone Veil (ex-presidente del Parlamento
europeo, sopra citata), François Léotard (ex-ministro) stanno
diventando da qualche anno stranamente riservati, prudenti o
silenziosi sull’argomento. Jacques Attali (uomo d’affari ebreo e
storico) ha appena decretato, qualche mese fa: “La stragrande
maggioranza degli ebrei assassinati lo è stata dalle armi
individuali dei soldati e dei gendarmi tedeschi, tra il 1940 e il
1942, e non dalle officine di morte, allestite in seguito” (“Groupes
de criminels ?”, « L’Express », 1° giugno 2006, p. 60). Diventa
comune questa maniera implicita di depennare le pretese camere a gas
naziste. Si cerca di sostituire la menzogna di Auschwitz con la
menzogna di Babi Yar o altri fantasiosi massacri in Ucraina o nei
Paesi Baltici ma, non una volta, ci vengono fornite in proposito
delle prove scientifiche quali rapporti d’esumazione e d’autopsia
come è stato il caso per dei massacri reali perpetrati, quelli, dai
Sovietici a Katyn, a Vinnitsa o altrove. Quanto al numero dei morti
di Auschwitz, non ci viene detto più tanto che è stato di 9 000 000
(come in Nuit et Brouillard – in italiano: Notte e nebbia),
di 8 000 000, di 6 000 000 o di 4 000 000 (come al processo di
Norimberga o sulle stele di Auschwitz-Birkenau fino al 1990). Ci si
accontenta di 1 500 000 (come su quelle stesse stele dal 1995), o di
1 100 000, o di 700 000 (come scriveva J.-C. Pressac), o ancora di
510 000 (come ha concluso Fritjof Meyer nel 2002: “Die Zahl der
Opfer von Auschwitz”, « Osteuropa », maggio 2003, pp. 631-641), non
essendo tutte queste cifre più fondate di quelle precedenti.
Conclusione generale
Ci è dato il privilegio di assistere, in
quest’inizio del XXI secolo, ad una seria rimessa in discussione di
una delle più grandi menzogne della storia. Il mito
dell’“Olocausto” ha potuto brillare di mille luci, in realtà si
consuma. Esso è servito alla creazione in terra di Palestina di
una colonia guerriera che ha assunto il nome di “Stato ebraico” e
che si è dotata di un “Esercito ebraico”. Esso impone al mondo
occidentale il giogo di una tirannide ebraica o sionista che si
esercita in tutti i campi della vita intellettuale, universitaria e
mediatica. Esso avvelena fin nell’anima un grande paese, la
Germania. Esso ha permesso di estorcere a quest’ultima nonché a
molti altri paesi del mondo occidentale delle somme esorbitanti in
marchi, dollari o in euro. Esso ci subissa di film, di musei, di
libri che tengono vivo il fuoco di un odio dal carattere talmudico.
Esso permette di fare appello alla crociata in armi contro “l’asse
del male” e, per questo, di fabbricare, su richiesta, le più
impudenti menzogne proprio sul modello della Grande Menzogna
dell’“Olocausto” perché non c’è nessuna differenza tra le “armi di
distruzione di massa” di Adolf Hitler e quelle di Saddam Hussein.
Esso permette di accusare quasi il mondo intero e di esigere
dappertutto “pentimento” e “riparazioni” a causa, sia di pretese
azioni dirette contro “il popolo eletto di Jahvè”, sia di una
pretesa complicità nel crimine, sia di una pretesa indifferenza
generale alla sorte degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale.
Esso ha al suo attivo valanghe di processi truccati, a cominciare
dall’infame processo di Norimberga. Esso ha autorizzato migliaia
d’impiccagioni di soldati vinti, un’atroce Epurazione, la
deportazione di milioni di civili scacciati dalla terra dei loro
antenati, saccheggi inenarrabili, decine di migliaia di scandalosi
procedimenti giudiziari, ivi comprese oggi delle azioni giudiziarie
che mirano a degli ottuagenari o nonagenari contro i quali vengono a
rendere falsa testimonianza dei “miracolati” ebrei. Questi abomini,
questa dismisura nella menzogna e nell’odio, questa hybris
che un giorno o l’altro il destino viene sempre a punire, in poche
parole, questi eccessi devono finire. Nessun popolo si è mostrato
più paziente con questa hybris ebraica o sionista del popolo
arabo: ora ecco che persino la pazienza di questo popolo è al
limite. Sta per sbarazzarsi del giogo israeliano e far capire
all’Occidente che è venuto il momento di ricercare una vera e
propria pace invece di sostenere con le armi uno Stato artificiale
che si mantiene solo con la forza. Persino in Occidente, persino
negli Stati Uniti, certuni aprono gli occhi e si prende coscienza
dei rischi che si fanno correre alla comunità internazionale con una
sottomissione così prolungata alla falsa religione dell’“Olocausto”,
arma n. 1, spada e scudo dello Stato d’Israele.
Conclusione pratica
Esistono dei mezzi pratici per iniziare una vera e
propria azione contro questa falsa religione il cui santuario si
situa a Auschwitz.
Come si sa, nel cuore di Auschwitz si trova una
camera a gas emblematica; Finora circa trenta milioni di turisti
l’hanno visitata. Si tratta di un’impostura; tutti gli storici ne
sono consapevoli e le autorità del Museo di Stato di Auschwitz lo
sanno meglio di chiunque altro. Ora l’UNESCO (organizzazione delle
Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, su
richiesta del Governo polacco ha iscritto, il 26 ottobre 1979,
questo campo nell’elenco dei siti o dei beni culturali (Cultural
Property) del patrimonio mondiale, facendosi così carico,
di preservarne l’autenticità. Per parte mia, suggerisco dunque che
sia presentato un esposto all’UNESCO per questo caso di frode, che
costituisce un pregiudizio all’educazione, alla scienza e alla
cultura. In maniera più generale, noi potremmo riprendere le parole
pronunciate nel 1979 da Jean-Gabriel Cohn Bendit: Battiamoci dunque
affinché si distruggano queste camere a gas che si mostrano ai
turisti nei campi in cui si sa ora che non ce ne sono affatto” («
Libération », 5 marzo 1979, p. 4).
Esistono altri mezzi pratici per lottare contro la
tirannia del mito dell’“Olocausto”, a cominciare dall’annuncio al
mondo intero di queste “vittorie revisioniste” che gli sono state
finora nascoste. Io confido nei revisionisti presenti a
quest’assemblea affinché ci suggeriscano altri mezzi e ne discutano
con noi.
Praticando la menzogna su larga scala, i devoti
dell’“Olocausto” si sono resi a poco a poco nemici del genere umano.
Da più di sessant’anni, essi mettono progressivamente sotto accusa
il mondo intero o poco ci manca. Il loro bersaglio principale è
stato, certamente, la Germania e tutti coloro che, a fianco di quel
paese, hanno ritenuto di dover lottare contro Stalin, nello stesso
modo in cui altri, nel campo avversario, pensavano di dover lottare
contro Hitler. Ma, nella loro frenesia accusatrice, le
organizzazioni ebraiche sono arrivate a biasimare gli Alleati per la
loro pretesa “indifferenza” criminale alla sorte degli ebrei
europei. Se la sono presa con Roosevelt, Churchill, de Gaulle, Papa
Pio XII, il Comitato internazionale della Croce Rossa nonché con
molte altre personalità, istanze o paesi per non avere, questi,
denunciato l’esistenza delle “camere a gas”. Ma come si sarebbe
potuto ritenere assodato ciò che altro non era che una voce
grottesca messa in circolazione durante la guerra? Basta leggere
l’opera dell’ebreo Walter Laqueur, The Terribile Secret
(Londra, Weidenfeld & Nicolson, 1980, 262 pp. – in italiano: Il
terribile segreto, Firenze, La Giuntina, 1983) per riscontrarvi
una trentina di riferimenti allo scetticismo, perfettamente
giustificato, del campo alleato di fronte alla valanga di voci
provenienti da fonti ebraiche. Erano state condotte delle inchieste,
che avevano permesso di concludere che tali voci erano infondate.
Dunque gli Alleati e gli altri accusati hanno dato prova di
avvedutezza e non d’indifferenza. È quella stessa avvedutezza che
dopo la guerra, nei loro discorsi o nelle loro memorie, hanno
testimoniato Churchill, de Gaulle e Eisenhower guardandosi dal
menzionare, fosse anche solo una volta, dette “camere a gas”.
La guerra e la propaganda bellica hanno bisogno
della menzogna proprio come le crociate e lo spirito di
crociata si nutrono di odio. All’opposto, la pace e
l’amicizia tra i popoli non possono che guadagnare con la cura dell’esattezza
in materia di ricerca storica, una ricerca che deve potersi
esercitare in completa libertà.
Due allegati riguardanti la pretesa camera a gas di
Auschwitz-I
1) Testo integrale di ciò che ne ha detto Eric
Conan, nel 1995
Altro argomento delicato: che cosa fare delle falsificazioni
lasciate in eredità dalla gestione comunista? Negli anni ’50 e ’60,
vari edifici che erano scomparsi o erano stati adibiti ad altro
uso, furono ricostruiti con grandi errori, e presentati come
autentici. Alcuni, troppo “nuovi” sono stati chiusi al pubblico.
Senza parlare di camere a gas per la disinfestazione dai
pidocchi, presentate talvolta come camere a gas omicide.
Queste aberrazioni sono servite ai negazionisti, che ne hanno
tratto l’essenziale delle loro affabulazioni. Significativo è
l’esempio del crematorio I, il solo di Auschwitz-I. Nella sua camera
mortuaria fu installata la prima camera a gas. Essa funzionò per
poco tempo, all’inizio del 1942: l’isolamento della zona, che le
gassazioni comportavano, turbava l’attività del campo. Fu dunque
deciso, alla fine di aprile del 1942, di trasferire queste
gassazioni mortali a Birkenau dove furono praticate, su vittime
essenzialmente ebree, su scala industriale. Il crematorio I fu, in
seguito, trasformato in rifugio antiaereo, con sala operatoria. Nel
1948, quando fu creato il museo, il crematorio I fu ricostituito
in un supposto stato originario. Tutto lì è falso: le
dimensioni della camera a gas, la collocazione delle porte, le
aperture per il versamento dello Zyklon B, i forni, ricostruiti
secondo i ricordi di qualche sopravvissuto, l’altezza del camino.
Alla fine degli anni ’70, Robert Faurisson, sfruttò tanto meglio
queste falsificazioni quanto più i responsabili del museo si
mostravano recalcitranti a riconoscerle. Un negazionista
americano ha appena girato un video nella camera a gas (sempre
presentata come autentica): lo si vede rivolgersi ai visitatori con
le sue “rivelazioni”. Jean-Claude Pressac, uno dei primi a stabilire
esattamente la storia di questa camera a gas e delle sue modifiche
durante e dopo la guerra, propone di restaurarla allo stato del
1942, basandosi su delle mappe tedesche che egli ha appena ritrovato
negli archivi sovietici. Altri, come Théo Klein, preferiscono
lasciarla così come sta, ma spiegando al pubblico il
travisamento: “la Storia è quella che è; basta raccontarla,
anche quando non è semplice, piuttosto che aggiungere artificio
su artificio.” Krystyna Oleksy, il cui ufficio direttivo, che
occupa il vecchio ospedale delle SS, dà direttamente sul crematorio
I, non vi si risolve: “Per ora la si lascia così come sta e non
si precisa niente al visitatore. È troppo complicato. Si vedrà più
avanti.” (Eric Conan, “Auschwitz : la mémoire du mal”, «
L’Express », 19-25 gennaio 1995, pp. 54-69 ; p. 68). Nel suo lungo
studio, E. Conan ha voluto mostrare quanto “la memoria” è lontana
dalla storia. Lo ha fatto senza rimettere in discussione il dogma
dell’“Olocausto”; egli è arrivato ad affermare la sua credenza
nell’esistenza dell’arma di distruzione di massa chiamata “camera a
gas” e ha posto come esatte e dimostrate delle asserzioni che non
hanno il minimo fondamento scientifico. Nondimeno egli ha avuto il
coraggio di denunciare delle gravi menzogne tra le quali quella
della “camera a gas” emblematica che si presenta oggi ai
visitatori di Auschwitz. E osa ammettere che, già alla fine degli
anni ’70, io ho avuto ragione sull’argomento. Nel 2005, gli ho
chiesto se il suo studio aveva suscitato rettifiche o proteste, in
particolare da parte delle autorità del Museo nazionale di Auschwitz
e di Krystyna Oleksy. La sua risposta è stata: “Nessuna”.
2) Testo integrale di ciò che si dice in un libretto
di CD-Rom con prefazione di Simone Veil
La motivazione [Robert
Faurisson] ce l’ha: l’amore esclusivo della verità, tale sarebbe una
delle sue ossessioni. Universitario, Robert Faurisson, non smetterà
di utilizzare questa garanzia scientifica, pegno per così dire di
rispettabilità. Legge Maurice Bardèche. Scopre Paul Rassinier.
“Scandaglia” Rimbaud, Lautréamont, Apollinaire. Uomo brillante e
colto, egli è nondimeno un provocatore. Negli anni ’70, Robert
Faurisson lavora. Abbozza il suo metodo storico-letterario. Si reca
presso gli archivi di Auschwitz. Sta per costruirsi lì la sua
negazione. Essa poggia su un fatto reale: la camera a
gas del campo di Auschwitz I è una “ricostruzione”, poiché è
servita come deposito per i farmaci delle SS e come rifugio
antiaereo dopo la messa in funzione delle camere a gas di Auschwitz
II-Birkenau; ciò che egli ha potuto vedere (e ciò che si può ancora
vedere) è una supposta camera a gas. È innegabile. Ciò
non toglie che per Robert Faurisson, si tratta di un raggiro di cui
gli ebrei sono gli autori (Le
Négationnisme (1948-2000). Interviste trasmesse alla radio
nazionale « France Culture » sotto la
direzione di Jean-Marc Turine. Libretto di
Valérie Igounet e Jean-Marc Turine con la prefazione di Simone Veil,
Vincennes, Frémeaux et associés, 2001, 48 pagine; pp. 27-28).
Qui di seguito, due disegni di “Chard”

Mito delle
camere a gas:
-
“Chi lo ha messo a terra? ”
- “Faurisson.”
1° novembre 2006: questo
disegno di “Chard” (Françoise Pichard, di Parigi) riceve il secondo
premio del concorso internazionale delle caricature dell’“Olocausto”
organizzato dall’Iran
.
“Eppur non gasa…”
[francese colloquiale per
dire “non va” oppure “non funziona”]
Il professor Bruno
Gollnisch aveva semplicemente dichiarato che, sull’argomento delle
camere a gas, gli storici dovevano potersi pronunciare liberamente.
Egli è stato in un primo tempo sospeso dall’insegnamento per cinque
anni dall’Università di Lione-III. Poi, il 7 e 8 novembre 2006, è
dovuto comparire dinanzi al tribunale di Lione, costituito dal
giudice Fernand Schir e dai suoi due giudici a latere. Pressioni e
ricatto l’hanno indotto a cedere e a riconoscere davanti ai suoi
giudici l’esistenza del genocidio degli ebrei e delle camere a gas
naziste. La sentenza sarà emessa il 18 gennaio 2007. Bisogna sapere
che in Francia, la legge vieta la contestazione dell’esistenza dei
crimini nazisti contro gli ebrei “anche se [tale contestazione] è
presentata sotto forma mascherata o dubitativa o attraverso
insinuazione” (Code pénal, 2006, p. 2059). Di conseguenza, in
proposito, non bisogna né contestare e nemmeno dare l’impressione
di contestare.
F
I N E |