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 I miti fondatori della politica israeliana



di Roger Garaudy

 
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Traduzione di Simonetta Littera e Corrado Basile
Graphos, Genoa, 1996

 

Nota editoriale

Inutile farsi illusioni: il coraggio civile, quello autentico, è una merce decisamente rara. Specie, poi, se si va a cercarlo nella razza intellettuale. Che sia un fatto di sempre? Millenovecentotrentuno: su qualche migliaio di professori universitari non più di dodici rifiutano di giurare fedeltà al regime fascista (e di questi dodici ben tre sono ebrei, mentre, all'epoca, gli ebrei sono uno ogni mille italiani). Dagli intellettuali di professione ne vengono così pochi, di esempi di coraggio vero, che a quei pochi va prestata quella stessa attenzione che si riserva ad un fenomeno di cui si ignora quando e dove si ripeterà. Non foss'altro per questo, il libro di Roger Garaudy che offriamo al lettore italiano si raccomanda a quanti intendano sottrarsi per ciò che sta in loro a quei condizionamenti culturali e politici, la tacita sottomissione ai quali conferisce carattere di totale innocuità a gesti che, pure, vorrebbero accreditarsi come ardite manifestazioni di anticonformismo.

Garaudy l'ha pubblicato ben sapendo di andare incontro o alla congiura del silenzio o, più probabilmente, all'ignominia. E ignominia è stata, non disgiunta da quell'elemento di grottesco che è una costante nelle pratiche di proscrizione delle espressioni di pensiero revisionistico.

Si pensa da molti (e li autorizza a pensarlo la tacita sottomissione, appunto, a quei condizionamenti) che, come qualcuno ha detto incisivamente, nulla vi sia di abbastanza sacro da meritare di non incorrere nella sodomizzazione perpetrata sulla pubblica piazza; e tuttavia si può essere certi che, fino a tanto che il vento non cambia, anche i più spericolati tra gli esprit forts rinunceranno ad ogni modesto esercizio non già di iconoclastia, che sarebbe comunque fuori luogo, ma di senso critico, quando il senso critico si tratta di applicarlo al preteso sterminio di sei milioni di ebrei ad opera della Germania nazista. Né il senso critico pare meglio accasato presso gli storici di mestiere. Oggi, fra loro è in voga un nicodemismo che li mette al riparo dall'eventualità di venirsi a trovare in una situazione delicata. Non ne incontrerai uno che sia disposto a dar voce ai suoi stessi dubbi (ne hanno, se è per questo, ne hanno...) sulla veridicità della tradizione olocaustica. È perfettamente naturale che le cose vadano così: il quieto vivere richiede delle autolimitazioni. Ma è proprio questo che dà la misura del coraggio civile e morale di un Garaudy.

Ci è ignoto che cosa il Garaudy di oggi pensi di se stesso, in particolare se si consideri ancora un marxista. Per noi è evidente che non lo è. Ma troviamo che il fronte antioscurantistico che egli, a 83 anni, raggiunge con questo libro che prolunga, poi, il suo impegno nella lotta contro i fondamentalismi è quello stesso sul quale prima o poi debbono attestarsi coloro che si richiamano alla dottrina che è stata anche la sua. Coloro che vogliono respirare a pieni polmoni. A tutta la storia si può estendere ciò che Clemenceau diceva della rivoluzione francese: che la si deve accettare in blocco. Che sia la storia reale, però, la storia che si è svolta effettivamente. Dobbiamo, tutti, lasciarci alle spalle quel senso di colpa, quella psicosi di condivisione oggettiva di un abominio la pianificata soppressione dell'etnia ebraica che ci viene instillata da mezzo secolo. Non c'è abbondanza che di abomini, purtroppo. Ma quell'abominio quello, non altri, che vi furono, certo, e con le medesime vittime , quello, ora sappiamo che non vi fu. E sappiamo anche perché ci hanno fatto credere che vi sia stato.

Ecco la ragione per cui ci facciamo editori in Italia de I miti fondatori della politica israeliana.


Segnaliamo ai lettori che in italiano è stata pubblicata l'autobiografia di Roger Garaudy: Il mio giro del secolo, San Domenico di Fiesole, Cultura della Pace, 1991.Il volume comprende anche una bibliografia dei suoi scritti.

 

Introduzione

Questo libro è la storia di un'eresia. Quella che consiste nel trasformare la religione nello strumento di una politica e nel sacralizzarla, attraverso la lettura letterale e selettiva di una parola rivelata.

Si tratta di una malattia mortale di questo fine secolo che ho già definito nella mia opera intitolata Intégralismes.

L'ho combattuta tra i musulmani con L'Islamisme, una maladie de l'Islam, a rischio di non piacere a coloro che non amavano che lo dicessi.

L'ho combattuta tra i cristiani Vers une guerre de religion , col rischio di non piacere a coloro che non amavano che dicessi: "Il Cristo di Paolo non è Gesù"

La combatto, oggi, tra gli ebrei con I miti fondatori della politica israeliana, a rischio di attirare i fulmini dei sionisti israeliani che già non amano che il rabbino Hirsh ricordi loro: "Il sionismo vuole definire il popolo ebraico come un'entità nazionale... È un'eresia " .

Fonte: "Washington Post", 3 ottobre 1978


Che cos'è il sionismo, (e non la fede ebraica) di cui parlo nel mio libro?

Si è spesso definito da se stesso:

1. È una dottrina politica.

"Dal 1896 il sionismo si collega al movimento politico fondato da Theodor Herzl".

Fonte: Encyclopaedia of Zionism and Israel,
New York, Herzl Press, 1971, II, p. 1262


2. È una dottrina nazionalista che non è nata dall'ebraismo, ma dal nazionalismo europeo del XIX secolo. Il fondatore del sionismo politico, Herzl, non si richiamava alla religione: "Io non obbedisco a un impulso religioso".

Fonte: Theodor Herzl, Diaries, Londra, Gollancz, 1958

"Sono un agnostico" (p. 54).

Ciò che gli interessa non è propriamente la "terra santa": prende in considerazione allo stesso modo, per i suoi obiettivi nazionalistici, l'Uganda, la Tripolitania, Cipro o l'Argentina, il Mozambico o il Congo.

Fonte: Op. cit., passim

Ma, di fronte all'opposizione dei suoi compagni di fede ebraica, egli prende coscienza dell'importanza della "grande leggenda" ("mighty legend" (Diaries, I, 9 giugno 1895, p. 56), che "rappresenta un richiamo di irresistibile potenza".

Fonte: Theodor Herzl, L'État Juif, p. 45

È uno slogan di mobilitazione che questa politica, prevalentemente realistica, non può ignorare. Così egli afferma, trasformando la "grande leggenda" del "ritorno" in realtà storica: "La Palestina è la nostra indimenticabile patria [...] questo nome, di per sé, sarà un potente grido di richiamo per il nostro popolo".

Fonte: Op. cit., p. 209

"La questione ebraica non è, per me, né una questione sociale, né una questione religiosa [...] è una questione nazionale".

3. È una dottrina coloniale. Qui il perspicace Theodor Herzl non nasconde i propri obiettivi: in primo luogo realizzare una Chartered company (società per azioni coloniale), sotto la protezione del-l'Inghilterra o di qualsiasi altra potenza, in attesa di creare lo "Stato ebraico".

Ciò è dovuto al fatto che egli si rivolge a un maestro in questo tipo di operazioni: il trafficante coloniale Cecil Rhodes, il quale riuscì a trasformare la sua Chartered company nello Stato del Sudafrica, dando perfino il proprio nome a una regione: la Rhodesia.

Herzl gli scrive l'11 gennaio 1902:

"Vi prego, inviatemi un testo in cui dite che avete esaminato il mio programma e che l'approvate. Vi domanderete perché mi rivolgo a voi, signor Rhodes. È perché il mio è un programma coloniale".

Fonte: Theodor Herzl, Tagebuch, III, p. 105

Dottrina politica, nazionalista, colonialista, queste sono le tre caratteristiche che definiscono il sionismo politico trionfatore al congresso di Basilea nell'agosto 1897. Herzl, il suo geniale e machiavellico fondatore, poté dire, con ragione, al termine del congresso stesso: "Ho fondato lo Stato ebraico".

Fonte: T. Herzl, Diaries, p. 224

Mezzo secolo più tardi, in effetti, questa politica è stata applicata esattamente dai suoi discepoli, che hanno creato lo Stato di Israele, secondo i suoi metodi e seguendo la sua linea politica (all'indomani della seconda guerra mondiale).

Ma quest'impresa politica, nazionalista e colonialista non aveva nulla a che fare con la fede e la spiritualità ebraiche.

Nello stesso momento in cui si svolgeva il congresso di Basilea, che non si era potuto tenere a Monaco (come Herzl prevedeva) a causa dell'opposizione della comunità ebraica tedesca, si tenne in America la conferenza di Montréal (1897), nella quale, su proposta del rabbino Isaac Mayer Wise (la personalità ebraica più rappresentativa dell'America di allora), fu votata una mozione che opponeva radicalmente due modi di leggere la Bibbia: la lettura politica e tribale del sionismo e la lettura spirituale e universalista dei profeti.

"Noi disapproviamo assolutamente tutte le iniziative miranti alla creazione di uno Stato ebraico; questo genere di tentativi mette in evidenza una concezione sbagliata della missione d'Israele [...] che i profeti ebrei per primi hanno proclamato [...]. Noi affermiamo che l'obiettivo dell'ebraismo non è politico né nazionale, bensì spirituale [...]. Esso guarda a un'epoca messianica in cui tutti gli uomini si riconosceranno come appartenenti a una sola grande comunità per la fondazione del Regno di Dio sulla terra " .

Fonte: Conferenza centrale dei rabbini americani,
"American Jewish Yearbook " , VII, 1897, p. XII

Rufus Learsi riassume la prima reazione delle organizzazioni ebraiche, dall'Associazione dei rabbini di Germania all'Associazione israelitica universale di Francia, dall'Israelitische Allianz d'Austria alle associazioni ebraiche di Londra.

Questa opposizione al sionismo politico, ispirata dall'attaccamento alla spiritualità della fede ebraica, non ha smesso di esprimersi, nemmeno quando, dopo la seconda guerra mondiale, approfittando una volta di più, all'ONU, delle rivalità tra le nazioni e soprattutto dell'appoggio incondizionato degli Stati Uniti, il sionismo israeliano, riuscì ad imporsi come forza dominante e, grazie alle sue lobbies, a rovesciare la tendenza e a far trionfare, anche nell'opinione pubblica, la politica sionista israeliana di potenza, contro l'ammirevole tradizione dei profeti. Tuttavia esso non riuscì a soffocare la critica degli spiriti illuminati.

Martin Buber, una delle voci ebraiche più importanti di questo secolo, non ha mai smesso, fino alla sua morte in Israele, di denunciare la degenerazione e la trasformazione del sionismo religioso in sionismo politico.

Egli dichiarava a New York: "Il sentimento che provavo sessant'anni fa, quando ho aderito al movimento sionista, è, nella sostanza, quello che provo ancora oggi [...]. Io speravo che questo nazionalismo non avrebbe seguito il cammino degli altri, cominciati con una grande speranza e poi degenerati fino a divenire un egoismo che osava proclamarsi, come nelle parole di Mussolini, "sacro egoismo", come se l'egoismo collettivo potesse essere più sacro dell'egoismo indi-viduale. Da quando siamo tornati in Palestina, la questione decisiva è stata: "Volete venire qui come amici, come fratelli, membri della comunità dei popoli del Medio Oriente, o come rappresentanti dell'imperialismo e del colonialismo?".

"La contraddizione tra lo scopo e i mezzi per realizzarlo ha diviso i sionisti: gli uni volevano ricevere dalle grandi potenze dei particolari privilegi politici, gli altri, soprattutto i giovani, volevano solamente che fosse loro permesso di lavorare in Palestina, con i loro vicini, per la Palestina e per l'avvenire [...].

"I nostri rapporti con gli arabi non sono stati sempre perfetti, ma in generale tra i loro villaggi e quelli ebraici la relazione era di buon vicinato.

"Questa fase organica di insediamento in Palestina è durata fino all'epoca di Hitler. È stato Hitler che ha spinto in Palestina delle masse di ebrei e non un'élite che venisse a svolgervi la propria vita e a preparare l'avvenire. Così, ad uno sviluppo organico selettivo è seguita una immigrazione di massa con la necessità di trovare una forza politica che difendesse la sua sicurezza [...] la maggior parte degli ebrei ha preferito imparare da Hitler e non da noi [...]. Hitler ha mostrato che la storia non segue il cammino dello spirito, ma quello del potere e che, un popolo quando è sufficientemente forte, può uccidere con impunità. Questa è la situazione che noi dobbiamo combattere [...]. All'Ihud noi proponiamo che arabi ed ebrei non si accontentino più di coesistere, ma che collaborino [...]. Ciò renderebbe possibile lo sviluppo economico del Vicino-Oriente, grazie al quale esso potrebbe contribuire in modo essenziale all'avvenire dell'umanità " .

Fonte: "Jewish Newsletter", 2 giugno 1958


Il 5 settembre 1921, rivolgendosi al XII Congresso sionista a Karlsbad, Buber diceva: "Noi parliamo dello spirito d'Israele, e crediamo di non essere paragonabili alle altre nazioni; ma se lo spirito d'Israele non è altro che la sintesi della nostra identità nazionale, niente più che una bella giustificazione al nostro egoismo collettivo [...] trasformato in idolo, noi che abbiamo rifiutato di accettare un principe diverso dal Signore dell'universo, siamo come le altre nazioni, e beviamo con esse alla coppa che le inebria.

"La nazione non è il valore supremo [...]. Gli ebrei sono più che una nazione: sono i membri di una comunità di fede.

"La religione ebraica è stata sradicata, e questa è l'essenza della malattia il cui sintomo è stato la nascita del nazionalismo ebraico alla metà del XIX secolo.

"Questo nuovo modo di desiderare la terra fa da sfondo all'ebraismo nazionale moderno, che lo ha preso a prestito dal nazionalismo moderno dell'Occidente [...].

"Che cosa ha a che fare con tutto questo l'idea del "carattere elettivo" d'Israele? Esso non rappresenta un sentimento di superiorità, ma un senso della predestinazione. Questo sentimento non nasce da un confronto con gli altri, ma da una vocazione e dalla responsabilità di eseguire un compito che i profeti non hanno mai cessato di ricordare: vantarsi di essere scelti, invece di vivere nell'obbedienza a Dio, è una slealtà".

Ricordando questa "crisi nazionalista" del sionismo politico, che è perversione della spiritualità dell'ebraismo, Buber concludeva:

"Noi speravamo di salvare il nazionalismo ebraico dall'errore di fare di un popolo un idolo. Abbiamo fallito".

Fonte: Martin Buber, Israel and the world,
New York, Schocken, 1948, p. 263

Il professor Judas Magnes, presidente dell'Università ebraica di Gerusalemme dal 1926, considerava che il cosiddetto programma del Biltmore del 1942, per la creazione di uno Stato ebraico in Palestina, avrebbe condotto "alla guerra contro gli arabi".

Fonte: Norman Bentwich, For Sion sake, biografia di Judas Magne,
Filadelfia, Jewish Publication Society of America, 1954, p. 352

Nel 1946, pronunciando il discorso d'apertura dell'anno accademico dell'università, Magnes diceva:

"La nuova voce ebraica parla per bocca dei fucili. Questa è la nuova Torah della terra d'Israele. Il mondo è stato incatenato alla follia della forza fisica.

"Il cielo ci impedisce, adesso, di incatenare l'ebraismo e il popolo d'Israele a questa follia. Quello che ha conquistato una gran parte della potente diaspora è un ebraismo pagano. Avevamo pensato, all'epoca del sionismo romantico, che Sion doveva essere riscattata attraverso la rettitudine. Tutti gli ebrei d'America hanno la responsabilità di questo errore [...] anche quelli che non sono d'accordo con le azioni della direzione pagana, ma restano seduti, con le braccia conserte. L'anestesia del senso morale porta alla sua atrofizzazione".

Fonte: Op. cit., p. 131

In America, in effetti, dopo il programma del Biltmore, i dirigenti sionisti avevano ormai il più potente protettore: gli Stati Uniti. L'Organizzazione sionista mondiale aveva fatto piazza pulita dell'opposizione ebraica, fedele alle tradizioni spirituali dei profeti d'Israele, e aveva voluto la creazione, non più di "un focolare nazionale ebraico in Palestina", secondo i termini (se non lo spirito) della Dichiarazione Balfour della precedente guerra, ma la creazione di uno Stato ebraico di Palestina.

Albert Einstein, già nel 1938, aveva condannato questa tendenza:

"A mio avviso, sarebbe più ragionevole arrivare a un accordo con gli arabi sulla base di una vita pacifica comune, che creare uno Stato ebraico [...]. La coscienza che ho della natura essenziale dell'ebraismo stride con l'idea di uno Stato dotato di frontiere, di un esercito e di un progetto di potere temporale, per quanto modesto possa essere. Ho paura dei danni interni che l'ebraismo subirà a causa dello sviluppo, nelle nostre file, di un nazionalismo in senso stretto [...]. Noi non siamo più gli ebrei del periodo dei maccabei. Ridiventare una nazione, nel senso politico del termine, equivarrebbe a distrarsi dalla spiritualizzazione della nostra comunità che dobbiamo al genio dei nostri profeti".

Fonte: Rabbi Moshe Menuhin, The decadence of Judaism in our time, 1969, p. 324

Le critiche non sono mai mancate in occasione di tutte le violazioni della legge internazionale da parte di Israele.

Citeremo solo due esempi, in cui fu detto ad alta voce quello che milioni di ebrei pensavano e non potevano dire pubblicamente a causa dell'inquisizione intellettuale delle lobbies israelo-sioniste. Nel 1960, durante il processo di Eichmann a Gerusalemme, l'American Council for Judaism dichiarava:

"Il Consiglio americano per l'ebraismo ha indirizzato ieri, lunedì, una lettera a Christian Herter per negare al governo israeliano il diritto di parlare a nome di tutti gli ebrei.

"Il Consiglio dichiara che l'ebraismo è una questione religiosa e non nazionale " .

Fonte: "Le Monde", 21 giugno 1960

L'8 giugno 1982 il professor Benjamin Cohen, dell'università di Tel Aviv, al momento della sanguinosa invasione degli israeliani in Libano, inviò una lettera a P. Vidal-Naquet:

"Vi scrivo ascoltando la radio che ha appena annunciato che "noi" stiamo per "raggiungere il nostro obiettivo" in Libano: assicurare "la pace" agli abitanti della Galilea. Questa menzogna, degna di Goebbels, mi rende folle. È chiaro che questa guerra, più selvaggia di tutte le precedenti, non ha niente a che fare né con l'attentato di Londra, né con la sicurezza della Galilea [...]. Degli ebrei figli di Abramo [...]. Degli ebrei, essi stessi vittime di tanta crudeltà, possono diventare tanto crudeli? [...] Il più grande successo dell'ebraismo non è dunque che questo: la degiudaizzazione [...] degli ebrei.

Caro amico, fate tutto quello che è in vostro potere affinché i Begin e gli Sharon non realizzino il loro doppio scopo: l'eliminazione finale (espressione alla moda qui, in questi giorni) dei palestinesi in quanto popolo e degli israeliani in quanto esseri umani " .

Fonte: Lettera pubblicata su "Le Monde", 19 giugno 1982, p. 9

Il professor Leibowitz definì la politica israeliana in Libano "giudeo-nazista " .

Fonte: "Yediot Aharonoth", 2 luglio 1982, p. 6

Tale è la posta in gioco della lotta tra la fede ebraica dei profeti e il nazionalismo sionista, fondato, come tutti i nazionalismi, sul rifiuto dell'altro e sulla propria sacralizzazione.

Tutti i nazionalismi hanno bisogno di santificare le loro pretese: dopo la divisione della cristianità, tutti gli Stati-nazione hanno preteso di avere raccolto l'eredità del sacro e di avere ricevuto l'investitura da Dio: la Francia è la "Figlia primogenita della Chiesa", attraverso la quale si compie l'azione di Dio (Gesta Dei per Francos). La Germania è al "disopra di tutto" perché Dio è dalla sua parte (Got mit Uns). Eva Peron dichiara che "la missione dell'Argentina è quella di portare Dio nel mondo" e nel 1972 Vorster, primo ministro del Sudafrica, famoso per il razzismo selvaggio dell'apartheid, profetizza a sua volta: "Non dimentichiamo che noi siamo il popolo di Dio, incaricato di una missione"... Il nazionalismo sionista condivide questa ebrezza con tutti i nazionalismi.

Anche i più razionali si lasciano tentare da questa "ubriacatura".

Anche un uomo come il professor André Neher, nel suo bel libro L'essence du prophétisme (Parigi, Calmann-Lévy, 1972, p. 311), dopo aver così bene evocato il senso universale dell'Alleanza stretta da Dio con l'uomo, giunge a scrivere che Israele è "il segno, per eccellenza, della storia divina nel mondo. Israele è l'asse del mondo, ne è il nervo, il centro, il cuore" (p. 311).

Tali affermazioni evocano spiacevolmente il mito ariano, la cui ideologia è alla base del pangermanesimo e dell'hitlerismo. Per questa via si arriva agli antipodi rispetto all'insegnamento dei profeti e dall'ammirevole Io e tu di Martin Buber.

L'esclusivismo impedisce il dialogo: non si può dialogare né con Hitler né con Begin, giacché la superiorità razziale che li caratterizzerebbe e l'esclusiva alleanza con il divino che avrebbero realizzato non lasciano loro più niente da aspettare dall'altro.

Noi sappiamo, invece, che nella nostra epoca non esiste alternativa tra dialogo e guerra e che il dialogo esige, come non ci stanchiamo di ripetere, che, in partenza, ciascuno abbia coscienza di ciò che manca alla propria fede e di aver bisogno dell'altro per colmare in se stesso questo vuoto, un bisogno che è la condizione di ogni miglioramento e di ogni desiderio di pienezza (essenza di ogni fede vivente).

La nostra antologia del crimine sionista si colloca sul filo degli sforzi di quegli ebrei che hanno tentato di difendere un ebraismo profetico contro un sionismo tribale.

L'antisemitismo non è alimentato dalla critica alla politica di aggressione, impostura e sangue del sionismo israeliano, ma dal sostegno incondizionato alla sua politica la quale, delle grandi tradizioni dell'ebraismo, fa salve solo quelle che, attraverso un'interpretazione letterale, sembrano giustificarla e innalzarla al di sopra di ogni legge internazionale, sacralizzandola attraverso i miti di ieri e di oggi


I

I miti teologici

1. Il mito della "promessa":
terra promessa o terra conquistata?

 

"Io dò alla tua progenie questa terra, dal torrente d'Egitto, fino al gran fiume, l'Eufrate".
Genesi, XV, 18

 

La lettura integralista del sionismo politico

"Se si possiede la Bibbia, se ci si considera come il popolo della Bibbia, bisogna possedere tutte le terre bibliche".

Generale Moshe Dayan, "Jerusalem Post", 10 agosto 1967

Il 25 febbraio 1994 il dottor Baruch Goldstein massacra degli arabi in preghiera sulle tombe dei patriarchi.

Il 4 novembre 1995 Ygal Amir assassina Isaac Rabin, "su ordine di Dio" e del suo gruppo di "guerrieri d'Israele" di eliminare chiunque ceda agli arabi la "terra promessa" di "Giudea e Samaria" (l'attuale Cisgiordania).

L'esegesi cristiana

Albert de Pury, professore incaricato di Vecchio Testamento alla facoltà di teologia protestante dell'università di Ginevra, riassume così la sua tesi di dottorato Promesse divine et légende cultuelle dans le cycle de Jacob (Parigi, Gabalda, 2 voll., 1975), nella quale integra, discute e continua le ricerche dei più grandi storici ed esegeti contemporanei specificamente di Albrecht Alt e Martin Noth (vedere: Histoire d'Israël di M. Noth, Parigi, Payot, 1954; Théologie de l'Ancien Testament, 1971, Ginevra, Labor et Fides, a cura di Von Rad; Histoire ancienne d'Israël, 2 volumi, Parigi, Lecoffre-Gabalda, 1971, di padre R. de Vaux).

"Il tema biblico del dono del paese ha origine nella "promessa patriarcale", cioè nella promessa divina, fatta, secondo la tradizione della Genesi, al patriarca Abramo. I racconti della Genesi ci riferiscono, a più riprese e in forme svariate, che Dio ha promesso ai patriarchi e ai loro discendenti il possesso del paese nel quale stavano per stabilirsi. Pronunciata a Sichem (Gn., XII, 7), a Bet-el (Gn., XIII, 14-16; XXVIII, 13-15; XXXV, 11-12) e a Mamré (vicino a Ebron, Gn., XV, 18-21, e XVII, 4-8), quindi ai santuari principali di Samaria e di Giudea, questa promessa sembra si applichi prima di tutto alle regioni dell'attuale Cisgiordania.

"I narratori biblici ci presentano la storia delle origini d'Israele come un susseguirsi di epoche ben delimitate. Tutti i ricordi, le storie, le leggende, i poemi che sono loro pervenuti, tramandati oralmente, sono inseriti in un quadro genealogico e cronologico preciso. Come convengono quasi tutti gli esegeti moderni, questo schema storico è estremamente fittizio.

"I lavori di Albrecht Alt e di Martin Noth hanno dimostrato, in particolare, che la divisione in epoche successive (patriarchi schiavitù in Egitto conquista di Canaan) è falsa".

Fonti: A. Alt, Der Gott der Väter (1929), in A. Alt,
Kleine Schriften zur Geschichte des Volkes Israel, I,
Monaco, 1953 (=1963), pp. 1-78
(trad. ingl. in Essays on old Testament History and Religion,

Oxford, Blackwell, 1966, pp. 1-77); Id., Die Landnahme der
Israeliten In Palästina
(1925), in Kleine Schriften zur Geschichte
des Volkes Israel
, cit., pp. 89-125 (trad. ingl. cit. pp. 133-169)


Riassumendo, d'accordo con la tesi di Albert de Pury, i lavori dell'esegesi contemporanea, Françoise Smyth, decana della facoltà di teologia protestante di Parigi, scrive: "La recente ricerca storica ha ridotto a livello di fiction le rappresentazioni classiche dell'esodo dall'Egitto, della conquista di Canaan, dell'unità nazionale israelitica prima dell'esilio, delle frontiere precise; la storiografia biblica non informa su quello che racconta, ma su coloro che la elaborarono: i teologi giunti a un pensiero monoteista e allo stesso tempo etnocentrico, alla fine dell'esilio (VI secolo a.C.)".

Fonte: Françoise Smyth, Les protestants, la Bible et Israël depuis 1948
"La Lettre", n. 313, novembre 1984, p. 23


Françoise Smyth-Florentin ha realizzato una messa a punto rigorosa sul mito della promessa nel libro Les mythes illégitimes. Essai sur la "terre promise", Ginevra, Labor et Fides, 1994.

Albert de Pury afferma:

"La maggior parte degli esegeti hanno considerato e considerano la promessa patriarcale nella sua espressione classica (cfr., per esempio, Gn, 13/14-17 o 15/18-21) per una legittimazione post eventum della conquista israelitica della Palestina o, più concretamente ancora, dell'estensione della sovranità israelitica sul regno di Davide. In altre parole, la promessa sarebbe stata introdotta nei racconti patriarcali con lo scopo di fare di questa "epopea ancestrale" un preludio e un annuncio dell'età d'oro davidica e salomonica.

"Ora possiamo circoscrivere in forma sommaria le origini della promessa patriarcale:

"1. La promessa della terra, intesa come una promessa di seden-tarizzazione, è stata fatta in un primo tempo a gruppi di nomadi legati al regime di transumanza e che aspiravano a stanziarsi in qualcuna delle regioni abitate. Considerata sotto questo aspetto, la promessa ha potuto far parte del patrimonio religioso e narrativo di differenti gruppi tribali [*].

_______________

 

[*] La lettura dei testi sacri del Medio Oriente ci mostra che tutti i popoli vi hanno ricevuto promesse simili riguardanti il dono della terra da parte del loro dio, dalla Mesopotamia all'Egitto, passando per gli ittiti. In Egitto, sulla stele di Karnak, elevata da Tutmosis III (tra il 1480 e il 1475 a.C.) per celebrare le vittorie che aveva conseguito a Gaza, Megiddo, Qadesh e Karkemish (sull'Eufrate) si legge che il dio dichiara: "Io ti assegno per decreto, tutta la terra che vedi. Sono venuto e ti incarico di schiacciare la terra d'Occidente".

All'altro estremo del Crescente fertile, in Mesopotamia, il dio Marduk nella sesta tavoletta del Poema babilonese della creazione "assegna a ciascuno il suo lotto" (versetto 46) e "per suggellare l'Alleanza ordina di costruire Babilonia e il suo tempio" (Les religions du Proche-Orient , a cura di René Labet, Parigi, Fayard, 1970, p. 60).

Quanto agli ittiti, essi cantano in lode di Arinna, dea solare: "Tu vegli sulla sicurezza dei cieli e della terra / Tu stabilisci le frontiere del paese" (op. cit., p. 557).

Se anche gli ebrei non avessero ricevuto una promessa del genere, allora costituirebbero veramente un'eccezione! (Sulla promessa si veda la tesi del padre Landouzies, Le don de la terre de Palestine, Istituto cattolico di Parigi, 1974, pp. 10-15).

"2. La promessa riguardante i nomadi non aveva come fine la conquista politica e militare di una regione o di tutto un paese, bensì la sedentarizzazione in un territorio limitato.

"3. Originariamente la promessa patriarcale, di cui ci parla la Ge-nesi, non è stata fatta da Jahvè (il dio che è entrato in Palestina con il "gruppo dell'Esodo"), ma dal dio cananeo Elohim, in una delle sue ipostasi locali. Solo un dio locale, possessore del territorio, poteva concedere a dei nomadi la sedentarizzazione sulle proprie terre.

"4. Più tardi, quando i clan nomadi sedentarizzati si sono uniti ad altre tribù per formare il "popolo d'Israele", le antiche promesse hanno assunto una nuova dimensione. Raggiunto l'obiettivo della sedentarizzazione, la promessa prendeva ormai un significato politico, militare e "nazionale". Così reinterpretata, la promessa fu intesa come la prefigurazione della conquista definitiva della Palestina, come l'annuncio e la legittimazione dell'impero davidico".

Fonte: A. de Pury, conferenza del 10 febbraio 1975 a Cret-Bérard (Svizzera) durante un colloquio sulle interpretazioni del conflitto arabo-israeliano, "Études théologiques et religieuses", n. 3, 1976 (Montpellier)

 

Il contenuto della promessa patriarcale

"Mentre la promessa "nomade", mirante alla sedentarizzazione di un clan di pastori, risale senza dubbio a un'origine ante eventum, la stessa cosa non si verifica per ciò che riguarda la promessa fatta alle dimensioni "nazionali". Dato che le tribù "israelitiche" non si sono unite che dopo la loro installazione in Palestina, la reinterpretazione della promessa nomade come una promessa di sovranità politica, deve essersi attuata post eventum. Così la promessa della Gn., XV, 18-21, che prospetta la sovranità del popolo eletto su tutte le regioni situate tra "il torrente d'Egitto e il grande fiume, l'Eufrate" e su tutti i popoli che vi abitano, è manifestamente un vaticinio ex eventum ispirato alle conquiste davidiche.

"Le ricerche esegetiche hanno permesso di stabilire che l'ampliamento della promessa "nomade" in promessa "nazionale" è stato fatto precedentemente alla prima scrittura dei racconti patriarcali.

"Lo jahvista, che può essere considerato il primo grande narratore (o, piuttosto, editore di racconti) dell'Antico Testamento, è vissuto all'epoca di Salomone. Di conseguenza è stato contemporaneo e testimone di quei pochi decenni in cui la promessa patriarcale, reinterpretata alla maniera di Davide, sembrò realizzarsi al di là di ogni speranza. Il passaggio della Gn., XII, 3 è uno dei documenti chiave per la comprensione dell'opera dello jahvista. In seguito a questo testo la benedizione d'Israele ebbe per corollario la benedizione di tutti i "clan della terra (adámah)". Essi sono, in principio, tutte le popolazioni che dividono la Palestina e la Transgiordania con Israele.

"Così noi non siamo in grado di affermare che in un certo momento, nella storia, Dio si sia presentato davanti a un personaggio storico chiamato Abramo e che gli abbia conferito i titoli legali per il possesso del paese di Canaan. Da un punto di vista giuridico, non abbiamo in mano nessun atto di donazione firmato "Dio" e abbiamo anche delle buone ragioni per credere che la scena della Gn., XII, 1-8, e XIII, 14-18, per esempio, non sia il riflesso di un avvenimento storico.

"Pertanto, è possibile "attualizzare" la promessa patriarcale? Se realizzarla significa servirsene come di un atto di proprietà o metterla al servizio di una rivendicazione politica, allora certamente no. Nessuna politica ha il diritto di rivendicare per se stessa la cauzione della promessa. Non ci si può collegare in alcun modo a coloro che, tra i cristiani, considerano le promesse dell'Antico Testamento come una legittimazione delle attuali rivendicazioni territoriali dello Stato d'Israele".

Fonte: Albert de Pury, conf. cit.

 

L'esegesi profetica ebraica

Il rabbino Elmer Berger, ex presidente della Lega per l'ebraismo affermava:

"È inammissibile per chiunque pretendere che l'insediamento attuale dello Stato d'Israele sia il compimento di una profezia biblica e che, di conseguenza, tutte le manovre realizzate dagli israeliani per instaurare il loro Stato e per conservarlo siano, a priori, ratificate da Dio.

"L'attuale politica israeliana ha distrutto o, quanto meno, oscurato il significato spirituale d'Israele

"Mi propongo di esaminare due elementi fondamentali della tradizione profetica.

"a Innanzitutto, quando i profeti hanno evocato la restaurazione di Sion, non era la terra ad avere di per sé un carattere sacro. Il criterio assoluto e indiscutibile della concezione profetica della redenzione era la restaurazione dell'Alleanza con Dio, che era stata infranta dal re e dal suo popolo.

"Michea disse loro in tutta chiarezza: "Ascoltate, o principi di Giacobbe, o magistrati d'Israele, non è forse vostro compito sapere ciò che è giusto? Invece voi odiate il bene e amate il male [...] edificate Sion col sangue e Gerusalemme con l'iniquità [...]. Sion sarà arata come un campo, Gerusalemme diverrà un cumulo di pietre e il monte del Tempio un colle ricoperto di piante" (Michea, III, 1-12) .

"Sion è santa solo se vi regna la legge di Dio. E questo non significa che tutte le leggi emanate a Gerusalemme siano sante.

"b Non è solamente la terra a dipendere dall'osservanza e dalla fedeltà all'Alleanza: il popolo stabilitosi a Sion è tenuto al rispetto delle stesse esigenze di giustizia, di dirittura e di fedeltà all'Alleanza con Dio.

"Sion non poteva aspettarsi la restaurazione di un popolo basandosi su dei trattati, delle alleanze, dei rapporti di forza militari o su una gerarchia militare che cercasse di affermare la sua superiorità sui vicini d'Israele.

"La tradizione profetica mostra chiaramente che la santità di una terra non dipende dal suolo, così come quella del suo popolo non dipende dalla sola presenza di esso in quel territorio.

"La sola ad essere sacra e degna di Sion è l'Alleanza divina, che si esprime nel comportamento del suo popolo.

"Ora, l'attuale Stato d'Israele non ha alcun diritto di reclamare la realizzazione di un progetto divino per un'era messianica [...].

"È pura demagogia del suolo e del sangue.

"Né il popolo né la terra sono sacri e non meritano alcun privilegio spirituale al mondo.

"Il totalitarismo sionista che cerca di sottomettere tutto il popolo ebraico, anche con la violenza e la forza, ne fa un popolo come gli altri, tra gli altri".

Fonte: Rabbi Elmer Berger, Prophecy, Zionism and the State of Israel,
American jewish alternatives to zionism, conferenza tenuta
all'Università di Leida il 20 marzo 1968

 

* * *

Ygal Amir, l'assassino di Isaac Rabin, non è un teppista e nemmeno un folle, ma una volta di più il prodotto dell'educazione sionista. Figlio di un rabbino, studente modello dell'università clericale di Bar Ilan vicino a Tel Aviv, infarcito degli insegnamenti delle scuole talmudiche, soldato d'élite nel Golan, aveva nella sua biblioteca la biografia di Baruch Goldstein (colui che assassinò, qualche mese fa, a Ebron, 27 arabi in preghiera presso le tombe dei patriarchi). Egli aveva potuto vedere alla televisione ufficiale israeliana il reportage sul gruppo Eyal (Guerrieri di Israele) che giuravano, sulla tomba del fondatore del sionismo politico, Theodor Herzl, di "uccidere chiunque cedesse agli arabi la "terra promessa" di Giudea e Samaria" (l'attuale Cisgiordania).

L'assassinio del presidente Rabin (come quello commesso da Goldstein) s'inscrive nella stretta logica della mitologia degli integralisti sionisti: l'ordine di uccidere, dice Ygal Amir "viene da Dio", come ai tempi di Giosuè.

Fonte: "Le Monde" (AFP), 8 novembre 1995

Non si tratta di un fatto marginale della società israeliana: il giorno dell'assassinio di Rabin, i coloni di Kiryat Arba e di Ebron danzavano di gioia recitando salmi di Davide intorno al mausoleo eretto in onore di Baruch Goldstein.

Fonte: "El Pais", 7 novembre 1995, p. 4

Isaac Rabin era un bersaglio simbolico, non perché, come ha sostenuto Bill Clinton alle sue esequie, "aveva combattuto tutta la vita per la pace" (al comando delle truppe d'occupazione agli inizi dell'Intifada Rabin diede ordine di "spaccare le ossa delle braccia" ai bambini palestinesi che non disponevano di altre armi se non le vecchie pietre del loro paese per difendere la terra dei loro antenati).

Ma Rabin, realisticamente, aveva compreso (come gli americani in Vietnam o i francesi in Algeria) che nessuna soluzione militare definitiva è possibile quando un esercito si scontra non con un altro esercito, ma con un intero popolo.

Egli si era, quindi, impegnato con Yasser Arafat sulla via di un compromesso: aveva concesso un'autonomia amministrativa a una parte dei territori la cui occupazione era stata condannata dalle Nazioni Unite, mantenendo comunque la protezione militare israeliana per le colonie insediate contro gli autoctoni e diventate, come a Ebron, dei seminari di odio.

Era già troppo per gli integralisti, che beneficiavano di questo colonialismo: essi hanno creato, contro Rabin che consideravano un traditore, il clima che ha condotto all'infamia del suo assassinio.

Isaac Rabin è stato vittima, come migliaia di palestinesi, del mito della "terra promessa", pretesto millenario di sanguinosi colonialismi.

Questo assassinio fanatico mostra, una volta di più, che una vera pace tra lo Stato d'Israele, al sicuro entro le frontiere fissate dalla spartizione del 1947, e uno Stato palestinese del tutto indipendente esige l'eliminazione radicale dell'attuale colonialismo, cioè di tutti i possedimenti che, all'interno di un futuro Stato palestinese, sarebbero una fonte incessante di provocazione e perciò si trasformerebbero in altrettanti detonatori di guerre future.

 

2. Il mito del "popolo eletto" 

 

"Così parla il Signore: Israele è mio figlio, il mio primogenito". Esodo, IV, 22

 

La lettura integralista del sionismo politico

"Gli abitanti del mondo possono essere divisi tra Israele e le altre nazioni prese in blocco. Quello di Israele è il popolo eletto: dogma capitale".

Fonte: Rabbino Cohen, Le Talmud, Parigi, Payot, 1986, p. 104

Questo mito è la credenza, priva di ogni fondamento storico, secondo la quale il monoteismo sarebbe nato con l'Antico Testamento.

Dalla stessa Bibbia risulta, al contrario, che i suoi due principali redattori, lo jahvista e l'eloista, non erano monoteisti. Essi si limitavano a riconoscere la superiorità del Dio ebreo sugli altri dei e la sua "gelosia" nei loro confronti (Esodo, XX, 2-5). Il Dio di Moab, Kamosh, è riconosciuto (I Re, XI, 7; II Re, XXIII, 13) così come gli altri dei.

La Traduzione ecumenica della Bibbia sottolinea in una nota: "Per molto tempo, in Israele, si è creduto all'esistenza e alla potenza di dei stranieri" (p. 680, nota d).

Solo dopo l'esilio si affermerà il monoteismo, specificamente tra i profeti, passando da formule come quella dell'Esodo: "Non avrai altro Dio all'infuori di me" (XX, 4), a quella in cui non ci si accontenta di pretendere l'obbedienza a Jahvè e non ad altri dei (come è ribadito anche nel Deuteronomio (VI, 14): "Voi non andrete al seguito di altri dei") e che proclama. "Io solo sono Dio e nessun altro!" (Isaia, XLV, 22). Questa indiscutibile affermazione del monoteismo risale alla seconda metà del VI secolo (tra il 550-539).

In effetti il monoteismo è il frutto della lunga maturazione delle grandi culture del Medio Oriente, quella della Mesopotamia e quella dell'Egitto. Dal XIII secolo il faraone Akhenaton aveva fatto cancellare da tutti i templi il plurale della parola Dio. Il suo Inno al sole è parafrasato quasi testualmente nel Salmo 104. La religione babilonese si incammina anch'essa verso il monoteismo; ricordando il dio Marduk, lo storico Albright segna le tappe di questa trasformazione: "Quando si arriva a riconoscere che numerose divinità differenti non sono che le manifestazioni di un solo Dio [...] c'è solo un passo da fare per arrivare a un sicuro monoteismo".

Fonte: W.F. Albright, Les religions dans le Moyen Orient, p. 159


Il Poema della creazione babilonese (XI secolo a.C.) testimonia quest'ultimo passo: "Se gli esseri umani sono divisi per ciò che riguarda gli dei, noi, a prescindere dai nomi con cui lo avremmo chiamato, ne abbiamo uno solo, il nostro Dio".

Questa religione ha raggiunto quel grado d'interiorità in cui appare l'immagine del Giusto sofferente:

    "Voglio lodare il Signore della saggezza...
    il mio Dio mi ha abbandonato...
    Mi pavoneggiavo come un signore,
    e cammino lungo i muri.
    Tutti i giorni gemevo come una colomba
    e le lacrime bruciano le mie guance,
    E perciò la preghiera era per me saggezza
    e il sacrificio la mia legge
    Io credevo di essere al servizio di Dio,
    ma i disegni divini, nel profondo degli abissi,
    chi può comprenderli?
    Chi, dunque, se non Marduk,
    è il maestro della resurrezione?
    Voi, che egli modellò con l'argilla originaria,
    cantate la gloria di Marduk".

Fonte: Op. cit., pp. 329-341

Questa immagine di Giobbe gli è anteriore di numerosi secoli. Una immagine simile, del giusto sofferente, quella di Daniele, punito da Dio e riportato sulla terra, si trova nei testi ugaritici di Ras Shamara, nella cosiddetta Bibbia di Canaan, precedente a quella degli ebrei, dal momento che Ezechiele cita Daniele accanto a Giobbe (Ez., XIV, 14 e 20). Vi sono alcune parabole il cui significato spirituale non dipende assolutamente dalla verifica storica. È il caso, per esempio, di quella, meravigliosa parabola sulla resistenza all'oppressione e sulla liberazione che è il racconto dell'Esodo.

Importa poco che "l'attraversamento del mare di canne non possa essere considerato un avvenimento storico", scrive Mircea Eliade (Histoire des croyances et des idèes religieuses, I, p. 190) e non riguardi l'insieme degli ebrei, ma qualche gruppo di fuggitivi.

Per contro è significativo che la fuga dall'Egitto, in questa versione grandiosa, sia stata messa in relazione con la celebrazione della Pasqua [...] rivalorizzata e integrata alla storia santa dello jahvismo (op. cit., p. 191).

A partire dal 621 a.C. la celebrazione dell'Esodo, in effetti, prende il posto di un rito agrario cananeo della Pasqua in primavera: la festa della resurrezione di Adonis. L'Esodo diventa così il momento iniziale della rinascita di un popolo, strappato alla schiavitù dal suo Dio.

L'esperienza divina della liberazione dell'uomo dalle sue antiche schiavitù si ritrova tra i popoli più diversi: come nel lungo errare, nel XIII secolo, della tribù azteca mexica, che dopo più di un secolo di tentativi arriva nella valle guidata dal suo dio. Egli le apre la via laddove nessuna strada era mai stata tracciata. Stesso significato hanno i viaggi iniziatici verso la libertà del Kaydara africano. La sedentarizzazione delle tribù nomadi o erranti è legata, nella storia di tutti i popoli, in particolare del Medio Oriente, alla donazione della terra promessa da parte di un Dio.

I miti punteggiano il cammino dell'umanizzazione e della divinizzazione dell'uomo. Quello del diluvio, secondo il quale Dio punì i peccati degli uomini e ricominciò la creazione, si ritrova in tutte le civiltà, dal Gilgamesh mesopotamico al Popol Vuh dei Maya (prima parte, cap. 3).

Gli inni di lode a Dio nascono in tutte le religioni come i salmi in onore di Pachamama, la dea madre o del Dio degli Incas:

    "Wiraqocha, radice dell'essere,
    Dio sempre vicino...
    che crea dicendo:
    che l'uomo sia!
    che la donna sia!
    Wiraqocha, signore luminoso
    Dio che fa nascere e che fa morire...
    Tu che rinnovi la creazione
    veglia sulla tua creatura
    nei lunghi giorni
    perché ella possa
    migliorarsi...
    camminando sulla retta via".

Se un pregiudizio etnocentrico non fosse d'ostacolo, perché non sviluppare, su questi testi sacri, che sono un Vecchio Testamento per ciascun popolo, una riflessione teologica sulla scoperta del senso dell'esistenza? Solo allora il messaggio della vita e delle parole di Gesù realizzerebbe la vera universalità: esso sarebbe radicato in tutte le esperienze vissute del divino e non costretto, e perfino soffocato, a causa di una tradizione unilaterale. La vita di Gesù, la sua visione radicalmente nuova del Regno di Dio, non più retaggio della potenza dei grandi, ma della speranza dei poveri, non sarebbe più cancellata a profitto di uno schema storico che va dalle promesse divine fatte a un popolo, fino al loro mantenimento.

Noi qui non abbiamo ricordato che le religioni del Medio Oriente al loro inizio, in seno alle quali è germogliato il monoteismo e tra le quali si sono formati gli ebrei. Nelle altre culture, non occidentali, il cammino verso il monoteismo è ancora più antico.

In India, per esempio, esso traspare nei Veda:

"I saggi danno all'Essere Unico più di un nome" (Inno del Rig-Veda, III, 7). Vrihaspati "è nostro padre, che comprende tutti gli dei" (III, 18). "Colui che è nostro padre ha generato e comprende tutti gli esseri. Dio, l'unico, ha fatto gli altri dei. Tutto ciò che esiste lo riconosce come maestro [...]. Voi conoscete Colui che ha fatto tutte le cose; è lo stesso che è in voi" (CXI, 11). "I suoi nomi sono molti, ma Egli è Uno".

Questi testi sacri si collocano tra il XVI e il VI secolo a.C. e il gesuita Monchanin nei suoi sforzi per comprendere a fondo i Veda li definì: "Il poema liturgico assoluto".

Fonte: Jules Monchanin, Mystique de l'Inde, mystère chrétien, pp. 231-239

 

3. Il mito di Giosuè: la purificazione etnica

"Da Lachis Giosuè con tutto Israele passò a Eglon, vi si accamparono e l'assaltarono. Nello stesso giorno, la presero, la fecero passare a fil di spada, votando allo sterminio ogni essere vivente, come avevano fatto a Lachis. Quindi Giosuè e tutti i suoi marciarono da Eglon contro Ebron".

Libro di Giosuè, X, 34-36

 

La lettura integralista del sionismo politico

Il 9 aprile 1948 Menahem Begin, con le sue truppe dell'Irgun, massacra i 254 abitanti del villaggio di Deir Yassin, uomini, donne e bambini.

Non studieremo il passaggio dalla fossilizzazione del mito alla storia e le pretese di questo bricolage volto a giustificare una politica, che in un solo caso particolare: quello della strumentalizzazione dei racconti biblici, perché essi continuano a svolgere un ruolo determinante nel divenire dell'Occidente, mascherando le sue imprese più sanguinarie, dalla persecuzione degli ebrei ad opera dei romani prima e dei cristiani poi, fino alle crociate, dalle inquisizioni alle Sante alleanze, dalle dominazioni coloniali compiute dal "popolo eletto" fino alle estorsioni dello Stato di Israele, non solo grazie alla politica espansionista in Medio Oriente, ma anche attraverso le pressioni delle sue lobbies, tra le quali la più potente, negli Stati Uniti, svolge un ruolo di primo piano nella politica americana di dominazione mondiale e di aggressione militare.

Questo è il motivo della nostra scelta: lo sfruttamento di un passato mitico che orienta l'avvenire verso quello che potrebbe essere un suicidio planetario.

* * *

La Bibbia contiene, al di là del racconto dei massacri ordinati da un "Dio degli eserciti", il grande profetismo di Amos, di Ezechiele, di Isaia e di Giobbe, fino all'annuncio di una nuova alleanza, fatto da Daniele. Questa "nuova alleanza" (Nuovo Testamento) segnerà al tempo stesso la più grande svolta nella storia degli uomini e degli dei, con l'avvento di Cristo, attraverso il quale, come dicono i Padri della chiesa d'Oriente, Dio si è fatto uomo affinché l'uomo possa diventare Dio. Poi, con San Paolo, si torna alla concezione tradizionale di un Dio sovrano e onnipotente, dirigente dall'esterno e dall'alto la vita degli uomini e delle comunità, non più attraverso la "legge" ebraica, ma attraverso la "grazia" cristiana che avrebbe la stessa caratteristica deresponsabilizzante nei confronti dell'uomo... "È per sua grazia infatti che voi siete stati salvati mediante la fede; ora, tutto questo non viene da voi, ma è un dono di Dio" (Efesini, II, 8).

Non tratteremo della Bibbia in generale, ma solo di quella parte a cui pretendono di ispirarsi, oggi, il regime teocratico israeliano e il movimento sionista: la Torah (che i cristiani chiamano Pentateuco, vale a dire i cinque libri iniziali: la Genesi, l'Esodo, il Levitico i Numeri e il Deuteronomio) e i suoi annessi definiti "storici", cioè i libri di Giosuè, dei Giudici, dei Re e di Samuele.

Della Torah ebraica non fa parte la critica profetica che ricorda costantemente come l'alleanza di Dio con gli uomini sia condizionale e universale, legata all'osservanza della legge divina e rivolta a tutti i popoli e a tutti gli uomini.

* * *

La Torah (il Pentateuco) e i libri "storici" (come da più di un secolo gli esegeti hanno dimostrato) sono una raccolta scritta di tradizioni orali di cronisti del IX secolo e degli scribi di Salomone, che avevano come preoccupazione primaria quella di legittimare (amplificandole) le conquiste di Davide e del suo impero (del quale non esiste, d'altronde, alcuna possibilità di verifica storica, né attraverso tracce archeologiche, né per mezzo di documenti che non siano i racconti biblici; il primo fatto confermato dalla storia riguarda Salomone di cui si sono trovate tracce negli archivi assiri). A parte ciò non esiste alcuna fonte al di fuori dei racconti della Bibbia per controllarne la storicità.

Per esempio i resti archeologici di Ur, in Iraq, non ci danno nessuna informazione su Abramo, più di quanto gli scavi delle rovine di Troia ce ne diano su Ettore o Priamo.

Il libro dei Numeri ci racconta le prodezze dei "figli di Israele" che, avendo vinto i madianiti, "come il signore aveva ordinato a Mosè, uccisero tutti gli uomini", "fecero prigioniere le donne", "incendiarono tutte le città". Allorché tornarono da Mosè, egli si adirò. "Come disse loro avete lasciato in vita tutte le donne...! Ebbene, ora andate e uccidete tutti i ragazzi e tutte le donne che hanno conosciuto un uomo nell'abbraccio coniugale! Ma le vergini conservatele per voi" (14-18).

Il successore di Mosè, Giosuè, al momento della conquista di Canaan, continuò in modo sistematico questa politica di purificazione etnica ordinata dal Dio degli eserciti.

"Anche Makkeda, in quello stesso giorno fu conquistata da Giosuè che la fece passare a fil di spada, votando allo sterminio il re e gli abitanti senza risparmiarvi persona. Trattò il re di Makkeda come aveva fatto col re di Gerico. Giosuè con tutto Israele da Makkeda andò poi, contro Lebna e l'assediò. Il signore diede in mano a Israele anche questa città col suo re ed essa fu passata a fil di spada con tutti gli abitanti senza che ne venisse risparmiato neppure uno. Fece al re di Lebna ciò che aveva fatto al re di Gerico. Poi Giosuè con tutto Israele passò da Lebna a Lachis, vi pose l'assedio e le dette l'assalto. Il Signore consegnò pure Lachis in potere di Israele, che la poté occupare il secondo giorno e passò a fil di spada tutti gli abitanti come aveva fatto con Lebna. In quel tempo Oram, re di Gazer, stava salendo a Lachis per venirle in aiuto, ma Giosuè lo sbaragliò con tutto il suo popolo, senza lasciarne scampare neppure uno. Da Lachis Giosuè con tutto Israele passò a Eglon, vi si accamparono e l'assaltarono. Nello stesso giorno la presero, la fecero passare a fil di spada votando allo sterminio ogni essere vivente, come avevano fatto a Lachis. Quindi Giosuè e tutti i suoi marciarono da Eglon a Ebron".

Fonte: Libro di Giosuè, X, 28-36

E la litania continua elencando gli "stermini sacri" perpetrati in Cisgiordania.

Di fronte a questi racconti dobbiamo porci due questioni fonda-mentali:

1) quella della loro verità storica

2) quella delle conseguenze di un doppione dell'esaltazione di una politica di sterminio.

 

La verità storica degli "stermini sacri"

Qui ci scontriamo con l'archeologia. Le ricerche sembrano aver dimostrato che gli israeliti arrivati alla fine del XIII secolo a.C. non avrebbero potuto conquistare Gerico, perché Gerico allora era disabitata. La città del Bronzo medio fu distrutta verso il 1550 e fu abbandonata. Nel XIV secolo essa fu ripopolata, anche se scarsamente: si sono ritrovate delle terrecotte di quell'epoca anche in alcune tombe del Bronzo medio e, in una casa, si è rinvenuta una piccola brocca della metà del XIV secolo. Niente poteva essere attribuito al XIII secolo. Non ci sono tracce di fortificazioni del Bronzo recente. La conclusione, secondo K.M. Kenyon, è che è impossibile far coincidere la distruzione di Gerico con l'entrata degli israeliti alla fine del XIII secolo a.C.

Fonti: Cfr. K.M. Kenyon, Digging up Jericho, Londra, 1957, pp. 256-265;
Jericho, in Archaeology and Old Testament Study,
a cura di D.Winton, Oxford, 1967, spec. pp. 272-274;
H.J. Franken, Tell-es Sultan and Old Testament Jericho,
"Old Testament Study", n. 14, 1965, pp. 189-200;
M. Weippert, Die Landnahme der israelitischen Stamme, pp. 54-55


Lo stesso accade per quanto riguarda la presa di Ai:

"Di tutti i racconti della conquista questa è la narrazione più dettagliata: non comporta alcun elemento miracoloso e sembra essere la più verosimile. Sfortunatamente è smentita dall'archeologia. Il luogo è stato scavato da due spedizioni differenti; i risultati concordano: Et-El era nel periodo del Bronzo antico una grande città di cui ignoriamo il nome, distrutta nel corso del Bronzo antico III, verso il 2400 a.C. Restò deserta fino a circa il 1200, quando un piccolo villaggio privo di fortificazioni si installò in una parte delle rovine. Esso non durò che fino all'inizio del X secolo, al più tardi. Dopo di che il luogo fu definitivamente abbandonato. Al momento dell'arrivo degli israeliti, non vi era più la città di Ai, né il suo re, ma solo delle rovine vecchie di 1200 anni".

Fonte: Padre de Vaux (OP), Histoire ancienne d'Israël, cit., I, p. 565. Cfr. anche, per il 1933-35, a cura di J. Marquet-Krause, Le fouilles de Ay (Et-Tell), Parigi 1949; dopo il 1964: J.A. Callaway, "Basor", n. 178, aprile 1965, pp. 13-40; "Revue Biblique", n. 72, 1965, pp. 409-415; K. Schoonover, "RB", n. 75, 1968, pp. 243-247; "RB", n. 76, 1969, pp. 423-426; J.A. Callaway, "Basor", n. 196, dicembre 1969, pp. 2-16

 

Le conseguenze della riproposizione di una politica di sterminio

Perché, quindi, un ebreo devoto e integralista, (vale a dire che si attiene alla interpretazione letterale della Bibbia) non dovrebbe seguire l'esempio di personaggi prestigiosi come Mosè o Giosuè?

Non è detto nei Numeri (XXI, 3) al momento della conquista della Palestina: "Il Signore esaudì la voce d'Israele e gli diede nelle mani i cananei, che Israele distrusse completamente insieme alle loro città"?

Non è detto poi a proposito degli amorrei e del loro re: "E percossero lui, i suoi figli e tutto il suo popolo, al punto che non rimase nessuno in vita, e ne conquistarono il paese" (Numeri, XXI, 35)?

Il Deuteronomio, esigendo non solo il furto della terra e l'espulsione degli autoctoni, ma il massacro, ripete: "Quando il Signore, Iddio tuo, t'avrà introdotto nel paese... e numerosi popoli cadranno davanti a te, tu li voterai all'anatema" (Deut., VII, 1-2) "e tu li sopprimerai" (Deut., VII, 24).

Da Sharon al rabbino Meir Kahane, si prefigura il modo con cui i sionisti si comportano riguardo ai palestinesi.

Il metodo di Giosuè non è lo stesso usato da Menahem Begin, quando, il 9 aprile 1948, fece massacrare dalle sue truppe dell'Irgun i 254 abitanti del villaggio di Deir Yassin, uomini, donne e bambini, per mettere in fuga col terrore gli arabi disarmati?

Fonte: Menahem Begin, La révolte: Histoire de l'Irgoun, Parigi, Albatros, 1978, p. 200


Egli chiamò gli ebrei "non solo a respingere gli arabi ma a impossessarsi di tutta la Palestina". Il metodo di Giosuè non è lo stesso che perpetrava Moshe Dayan: "Se si possiede la Bibbia, e se ci si considera come il popolo della Bibbia, bisogna possedere anche le terre bibliche"?

Fonte: "Jerusalem Post", 10 agosto 1977

Il sistema di Giosuè non è quello sostenuto da Joram Ben Porath nel giornale israeliano "Yediot Aharonoth", il 14 luglio 1972: "Non c'è sionismo, né colonizzazione dello Stato ebraico, senza l'eliminazione degli arabi e l'esproprio delle loro terre"?

I termini di questo esproprio di terre furono fissati da Rabin quando era generale in capo nei territori occupati: rompere le braccia ai lanciatori di pietre dell'Intifada.

Quale fu la reazione delle scuole talmudiche israeliane? Spingere al potere uno dei diretti responsabili di Sabra e Chatila: il generale Rafael Eytan fautore del "rafforzamento delle colonie ebraiche esistenti".

L'interpretazione letterale conduce agli stessi massacri attuati da Giosuè.

Animato dalle stesse certezze il dottor Baruch Goldstein, colono di origine americana, fa più di cinquanta vittime a Kiryat Arba (Cis-giordania), mitragliando dei palestinesi in preghiera sulla tomba dei patriarchi. Membro di un gruppo integralista, fondato con il patrocinio di Ariel Sharon (sotto protezione del quale furono compiuti gli eccidi di Sabra e Chatila, e che fu ricompensato per il suo crimine con una promozione: ministro dell'alloggiamento, incaricato dello sviluppo delle "colonie" nei territori occupati), Baruch Goldstein è attualmente oggetto di un vero e proprio culto da parte degli integralisti che baciano la sua tomba e vi depositano fiori, perché egli è stato rigo-rosamente fedele alla tradizione di Giosuè, che sterminò tutti i popoli di Canaan per impossessarsi delle loro terre.

* * *

Questa "purificazione etnica" divenuta sistematica nello Stato israeliano di oggi, deriva dal principio della purezza razziale, che impedisce al sangue ebreo di mischiarsi col "sangue impuro" di tutti gli altri.

Nelle linee di condotta che seguono l'ordine di Dio di sterminare le popolazioni che consegna a Mosè, il Signore stabilisce che il suo popolo non deve sposare le figlie di quelle genti (Esodo, XXXIV, 16).

Nel Deuteronomio si legge che il popolo "eletto" (Deut., VII, 6) non deve mischiarsi agli altri: "Tu non darai tua figlia al loro figlio e tu non prenderai la loro figlia per tuo figlio" (Deut., VII, 3).

L'apartheid è il solo modo di impedire la contaminazione della razza scelta da Dio e della fede che la lega a lui.

La separazione dall'altro è rimasta una legge: nel suo libro Le Talmud (Parigi, Payot, 1986, p. 104) il rabbino Cohen scrive: "gli abitanti del mondo si possono dividere tra Israele e le altre nazioni prese in blocco. Quello di Israele è il popolo eletto: dogma capitale".

Al ritorno dall'esilio Esdra e Nehemia vegliano sul ripristino di questo apartheid: Esdra piange perché "la razza santa (sic) si è mescolata con gli altri popoli del paese" (Esdra, IX, 2). Pinhas impala una coppia mista... Esdra ordina la selezione razziale e l'espulsione: "Tutti coloro che hanno preso delle donne straniere scaccino donne e bambini" (Esdra, X, 44). Nehemia dice degli ebrei: "io li purificherò di tutti gli elementi stranieri" (Nehemia, XIII, 30). Questa mixofobia e questo rifiuto dell'altro vanno al di là della dimensione razziale. Se si rifiuta il sangue dell'altro, impedendo i matrimoni misti, si rifiutano anche la sua religione, la sua cultura e il suo modo di essere.

Così Jahvè colpisce coloro che ignorano la sua verità, di certo la sola esistente: Sofonio lotta contro l'abbigliamento straniero, Nehemia contro le lingue straniere: "Ho visto degli uomini che avevano sposato delle donne filistee di Azoto, ammonite e moabite. Metà dei loro figli parlavano la lingua azotese, o di questo o di quel popolo e non sapevano più parlare l'ebraico. Io li rimproverai li maledissi, ne sottoposi alcuni a battiture, radendo loro anche i capelli" (Nehemia, XIII, 23-25).

I colpevoli sono tutti duramente giudicati. Rebecca, moglie d'Isacco e madre di Giacobbe, afferma: "Mi è venuta a noia la vita a causa delle tue donne etee. Se Giacobbe prende in moglie una donna etea, come son quelle di questo paese che mi giova la vita?" (Gn., XXVII, 46). I genitori di Sansone, esasperati per il suo matrimonio con una filistea, gli risposero: "Non c'è forse una donna fra le fanciulle dei tuoi connazionali e fra tutto il popolo perché tu vada a prendere moglie tra i filistei incirconcisi?" (Giudici, XIV, 3).

L' interpretazione letterale conduce agli stessi massacri di Giosuè.

"I coloni puritani d'America, nella loro caccia agli indiani per impadronirsi delle loro terre, invocavano Giosuè e "gli stermini sacri" degli amaleciti e dei filistei".

Fonte: Thomas Nelson, The puritans of Massachusetts, "Judaism", n. 2, 1967


Haim Cohen, che fu giudice della Corte suprema d'Israele, constata: "l'amara ironia della sorte ha voluto che le stesse tesi biologiche e razziste divulgate dai nazisti e che hanno ispirato le infamanti leggi di Norimberga, servano di base alla definizione dell'ebraicità in seno allo Stato d'Israele" (vedere Joseph Badi, Fundamental Laws of the State of Israel, New York, 1960 p. 156).

In effetti al processo dei criminali di guerra a Norimberga, nel corso dell'interrogatorio al "teorico" della razza, Julius Streicher, la questione viene sollevata:

"Nel 1935 al Congresso del Partito di Norimberga sono state promulgate le "leggi razziali". Al momento della preparazione di questo progetto di legge, siete stato interpellato e avete partecipato in qualche modo all'elaborazione di queste leggi?".

L'accusato Streicher risponde: "Sì io credo di avervi partecipato nel senso che da anni scrivevo che bisognava impedire in futuro ogni contaminazione del sangue tedesco con il sangue ebraico. Ho scritto degli articoli su questo argomento e ho sempre ripetuto che avremmo dovuto prendere a modello la razza ebraica o il popolo ebraico. Nei miei articoli ho sempre sostenuto che gli ebrei dovevano essere considerati come un modello per le altre razze, perché essi obbediscono a una legge razziale, la legge di Mosè, che dice: "Se andate in un paese straniero, non dovete prendere una donna straniera"; ciò, signori, è d'importanza fondamentale per giudicare le leggi di Norimberga. Sono queste leggi ebraiche che sono state prese a modello. Quando, secoli più tardi il legislatore ebreo, Esdra constatò che, nonostante ciò, molti ebrei avevano sposato delle donne non ebree, quelle unioni furono spezzate. Questa fu l'origine dell'ebraismo che, grazie alle sue leggi razziali, è sopravvissuto nei secoli, mentre tutte le altre razze e tutte le altre civiltà sono state annientate".

Fonte: Tribunale Militare Internazionale di Norimberga,
14 novembre 1945 - 1 o ottobre 1946: dibattito del 26 aprile 1946,
Trial of the Major War Criminals, Washington, 1946-1949, XII, doc. 321


In effetti è così che i giuristi consiglieri del ministro degli interni nazista avevano elaborato le "Leggi di Norimberga, sul diritto della popolazione del Reich e la protezione del sangue e dell'onore tedeschi".

Questo è il commento dei consiglieri che si trova nella raccolta intitolata Le leggi di Norimberga:

"Secondo la volontà del Führer le leggi di Norimberga non comprendono misure volte specificamente ad accentuare l'odio razziale e a perpetuarlo. Al contrario, esse significano l'inizio di una tregua nelle relazioni tra il popolo ebraico e quello tedesco.

"Se gli ebrei avessero già il loro Stato, nel quale potersi sentire a casa loro, la questione potrebbe considerarsi risolta, tanto per gli ebrei quanto per i tedeschi: è per questa ragione che i sionisti, i più convinti, non hanno sollevato la minima opposizione contro lo spirito delle leggi di Norimberga".

Questo razzismo, modello per tutti gli altri razzismi, è un'ideologia di dominazione di popoli diversi.

Tra la Shoha cananea e la mixofobia si inserisce oggi, l'ideologia del "trasferimento" di popolazioni come sostiene il 77% dei rabbini della Giudea-Samaria. Che questa dottrina dell'esclusione-sterminio abbia dei fondamenti in parte religiosi (è Dio che lo impone), non riabilita affatto l'ebraismo dal rifiuto dell'altro. Dio, nel Levitico, ordina agli ebrei di non praticare la combinazione delle "specie" (Lev., XIX, 19) e ordina loro di distinguere il "puro" dall'"impuro" (Lev., XX, 25), come egli stesso ha fatto la distinzione tra Israele e gli altri popoli (Lev., XX, 24), per realizzare una discriminazione razziale ("stabilirò una differenza tra il mio popolo e il tuo popolo", Esodo,VIII, 19).

Così, nel 1993, il gran rabbino Sitruk poté dire, senza rischio di essere richiamato all'ordine da una qualsiasi istanza: "Io vorrei che i giovani ebrei sposassero soltanto delle ragazze ebree".

Questa fobia arriva al suo culmine quando si tratta di Israele. Così Israele, "che sarà santo" (Lev., XX, 26), non deve contaminarsi a contatto con le altre nazioni che disgustano Dio (Lev., XX, 23). Il divieto è ripetuto più volte.

"Tu non ti unirai in matrimonio con quelle (delle nazioni cananee); tu non darai tua figlia al loro figlio, tu non prenderai la loro figlia per tuo figlio [...]" (Deut., VII, 3-4). "Se vorrete allontanarvi da Lui, per aderire alle poche genti che ancora restano intorno a voi, contrarre con loro matrimoni e frammischiarvi insieme, sappiate fin d'ora che il Signore, vostro Dio, non continuerà più a scacciare quelle genti dinanzi a voi: esse diventeranno per voi un laccio, un inciampo, un pungolo ai vostri fianchi; diverranno spine ai vostri occhi, finché voi non sarete tutti sterminati da questa ottima terra che il Signore, Dio vostro vi ha dato" (Giosuè, XXIII, 12-13).

Il 10 novembre 1975 l'ONU, in seduta plenaria, ha stabilito che il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale.

Dopo lo smembramento dell'URSS, gli Stati Uniti hanno fatto man bassa sull'ONU e, attraverso vari atti di banditismo internazionale, hanno ottenuto, il 16 dicembre 1991, l'abrogazione della giusta risoluzione del 1975, lavando, ancora una volta, il sangue che ricopre Israele e i suoi dirigenti. Ora, nei fatti, niente è cambiato dal 1975, o meglio: la repressione, il genocidio lento del popolo palestinese e la colonizzazione si sono ampliati in una misura senza precedenti.

 


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Roger GARAUDY, I miti fondatori della politica israeliana, Graphos, 1996, Traduzione di Simonetta Littera e Corrado Basile. Graphos, Campetta 4, 16123 Genova.


"Israele come stato ebraico costituisce un pericolo non solo per se stesso e per i suoi abitanti, ma per tutti gli ebrei e per tutti gli altri popoli e stati del Medio Oriente e anche altrove."

- Prof. Israel Shahak, ebreo israeliano e direttore della lega israeliana per i diritti umani e civili


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