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I miti fondatori della politica israeliana



di Roger Garaudy



[ 1 ] [ 2 ] [ 3 ] [ 4 ] [ 5 ] [ 6 ] [ 7 ]

 III

3. Il mito del "miracolo israeliano": i finanziamenti esteri d'Israele

 

"La forza del pugno ebraico deriva dal guanto d'acciaio americano che lo ricopre e dai dollari che lo imbottiscono".

Fonte: Y. Leibowitz, Israël et Judaïsme: ma part de verité, cit., p. 253


Per ciò che riguarda le somme versate dalla Germania allo Stato d'Israele lascio la parola al principale negoziatore dell'importo dei risarcimenti: Nahum Goldmann. Egli ha fatto una relazione dettagliata delle trattative nella sua Autobiographie, che mi ha amichevolmente dedicato il 23 aprile 1971, per ringraziarmi delle missioni che avevo compiuto su sua richiesta, due anni prima, dopo la guerra dei Sei giorni, presso Nasser.

"All'inizio del 1951 Israele entrò per la prima volta in scena indirizzando ai quattro alleati due note nelle quali le rivendicazioni ebraiche concernenti il risarcimento da parte della nuova Germania ammontavano alla somma di un miliardo e mezzo di dollari, la metà della quale doveva essere pagata dalla Germania dell'Ovest e l'altra dalla Germania dell'Est. Questo totale si basava sul seguente calcolo:

"Israele aveva accolto circa cinquecentomila ebrei e la sistemazione economica di un profugo era costata più o meno tremila dollari. Avendo salvato queste vittime del nazismo e avendo in prima persona assunto un enorme impegno finanziario, Israele si riteneva in diritto d'imporre le sue esigenze in nome del popolo ebraico benché senza base legale, giacché lo Stato ebraico non esisteva durante il regime nazista" (p. 262).

"Fu in queste circostanze che il ministro israeliano degli affari esteri si rivolse a me, nell'estate 1951, in quanto presidente della Jewish Agency per la Palestina e mi chiese di convocare una conferenza delle grandi organizzazioni ebraiche degli Stati Uniti, dei paesi del Commonwealth britannico e della Francia, con lo scopo di appoggiare le rivendicazioni israeliane e di trovare il modo per farle accettare" (p. 263).

"Le trattative progettate dovevano essere di tipo molto particolare. Non avevano alcun fondamento giuridico" (p. 268).

"Con molto coraggio e magnanimità il cancelliere federale aveva accettato come base di discussione la somma di un miliardo di dollari, ma io sapevo che uno schieramento ostile a una somma così gigantesca si era già formato in seno al governo, tra i capi dei partiti politici, negli ambienti bancari e industriali. Mi fu ripetuto da diverse parti che sarebbe stato inutile contare su un importo del genere".

"Nella prima fase dei negoziati tra i tedeschi e la delegazione della Claim Conference si giunse ad un accordo generale circa l'indennizzo e la legislazione che lo avrebbe regolamentato. Si rimandò a un'ulteriore fase il problema della rivendicazione globale ammontante a più di cinquecento milioni di marchi".

Dopo lunghe discussioni questa parte dell'incontro si concluse con l'accordo della delegazione tedesca, che si impegnava a raccomandare presso il governo una rivendicazione israeliana di tre miliardi di marchi (25% in meno di quello che avevamo domandato)" (p. 272).

"Il 3 luglio dovetti tornare a Bonn dove feci la seguente concessione: il 10% dei cinquecento milioni sarebbe stato destinato alle vittime non ebraiche del nazismo e distribuito dallo stesso governo tedesco" (p. 282).

"Gli accordi furono firmati il 10 settembre 1952 a Lussemburgo; il cancelliere rappresentava la Germania, il ministro degli affari esteri, Moshe Sharett, Israele e io stesso la Claim Conference" (p. 283).

"I pagamenti tedeschi sono stati un fattore decisivo nello sviluppo economico d'Israele negli ultimi anni. Non so quale sarebbe stata la sorte dello Stato in certi momenti critici per la sua economia, se la Germania non avesse tenuto fede ai suoi impegni. Le ferrovie, i telefoni, le installazioni portuali, i sistemi d'irrigazione, interi settori dell'industria e dell'agricoltura non sarebbero nella condizione odierna senza i risarcimenti della Germania. Infine centinaia di migliaia di vittime ebraiche del nazismo hanno ricevuto in questi anni importanti somme in base alla legge sull'indennizzo" (p. 286).

"Quando, la mattina del mio arrivo, mi recai presso il primo ministro israeliano, David Ben Gurion, quest'ultimo mi venne incontro con aria solenne: "Tu e io abbiamo avuto la fortuna di vivere due miracoli, la creazione dello Stato d'Israele e la firma dell'accordo con la Ger-mania. Io sono responsabile del primo e tu del secondo"" (p. 284).

Fonte: Nahum Goldmann, Autobiographie, cit.

Goldmann in un altro dei suoi libri, The Jewish Paradox, non racconta solo le trattative con la Germania, ma anche il modo con cui ottenne i "risarcimenti" dell'Austria e dal cancelliere Raab. Egli disse al cancelliere: "Dovete pagare degli indennizzi agli ebrei!".

"Ma noi siamo stati vittime della Germania!" disse Raab.

E Goldmann continuò: "In questo caso affitterò il più grande cinema di Vienna e ogni giorno trasmetterò il film che mostra l'entrata delle truppe tedesche e di Hitler a Vienna nel marzo 1938".

Raab disse allora: "D'accordo, avrete i vostri soldi!".

Era una somma dell'ordine di trenta milioni di dollari. Un po' più tardi Goldmann riprese: "Ci vogliono 30 milioni in più".

"Ma disse Raab eravamo d'accordo per soli 30 milioni".

"Ora dovete dare di più!" disse Goldmann, e li ottenne. Tornò una terza volta e ottenne la stessa somma (31.8507).

Ci furono altre due fonti di finanziamento per quello che certuni chiamarono "il miracolo israeliano" sul piano economico e anche per il gigantesco armamento di Israele, compreso quello nucleare, che rende ridicola l'immagine tanto spesso utilizzata di un piccolo Davide con la fionda di fronte al gigante Golia. Nelle attuali guerre la forza non si misura più dalla quantità di soldati che si possono mobilitare, ma dall'equipaggiamento tecnico dell'esercito: quello israeliano, grazie al flusso dei finanziamenti verso il paese, dispone di una forza d'urto infinitamente superiore a quella di tutti gli Stati arabi riuniti.

Oltre alle "riparazioni" Israele dispone di un approvvigionamento praticamente illimitato in armi e denaro proveniente essenzialmente dagli Stati Uniti, dove la sua lobby onnipotente si è rivelata particolarmente efficace, e da donazioni della Diaspora.

Nel 1967 Pinhas Sapir, allora ministro delle finanze d'Israele, ha rivelato alla Conferenza dei miliardari ebrei (sic) che dal 1949 al 1966, Tel Aviv ha ricevuto 7 miliardi di dollari.

Fonte: "The Israeli Economist", n. 9, settembre 1967

Il dottor Yaakov Herzog, direttore generale di gabinetto del primo ministro israeliano, definì così lo scopo di queste riunioni: "Esami-nare come attirare più importanti investimenti in Israele e coinvolgere strettamente nell'economia israeliana i possessori di capitali ebraici all'estero, facendo in modo che essi provino un sentimento immediato di responsabilità e di partecipazione [...]. Noi pianifichiamo attualmente un'altra cosa: una specie di dialogo grandioso sull'identificazione della Diaspora con Israele, nel quadro della lotta contro l'assimilazione all'estero".

L'operazione si è rivelata proficua, dal momento che le organizzazioni ebraiche americane inviano ogni anno, in media, un miliardo di dollari in Israele (questi contributi, considerati come "caritatevoli", sono deducibili dalla cartella delle tasse del donatore; ciò significa che ricadono sul contribuente americano, anche se servono a sostenere lo sforzo bellico d'Israele). Ma l'essenziale proviene tuttavia direttamente dallo Stato americano, il cui "aiuto" ammonta a più di 3 miliardi di dollari l'anno.

Quasi la metà di questo aiuto ufficiale consiste in donazioni e in "prestiti" molto rapidamente "dimenticati"... Il resto va ad au-mentare il debito estero israeliano, che è in rapida crescita e si avvicina oggi a 20 miliardi di dollari ossia a una media senza precedenti di 5.000 dollari pro capite.

Il ruolo più cospicuo è svolto dalle consegne di armamenti, per le quali il Congresso, preoccupato di limitarne il carattere spettacolare e di evitare le critiche del pubblico, ha previsto un tipo speciale di finanziamento nel suo Arms Export Control Act del 1976.

Per valutare il significato di queste cifre, basti ricordare che l'aiuto del Piano Marshall, accordato dal 1948 al 1954 all'Europa occidentale, ha raggiunto tredici miliardi di dollari e che lo Stato di Israele ha ricevuto per meno di due milioni di abitanti più della metà di ciò che hanno ricevuto duecento milioni di europei. Cioè cento volte di più pro capite rispetto all'Europa.

Secondo elemento di paragone: la media dell'aiuto annuale ricevuto dai paesi sottosviluppati durante il periodo 1951-1959 non ha superato i 3.164 miliardi di dollari, mentre Israele, che in quell'epoca aveva un milione e settecentomila abitanti, ne ha ricevuti 400 milioni, cioé un decimo del totale con meno di un millesimo della popolazione sottosviluppata del globo. Due milioni di israeliani hanno ricevuto proporzionalmente cento volte di più che due miliardi di abitanti del Terzo Mondo.

Sempre per dare chiari punti di riferimento: i sette miliardi di dollari ricevuti da Israele in diciotto anni come donazione rappresentano una cifra superiore al totale del reddito nazionale annuo dell'insieme dei paesi arabi vicini (Egitto, Siria, Libano e Giordania), che nel 1965 era di sei miliardi.

Se si tiene conto del solo contributo americano, ci si accorge del fatto che, dal 1945 al 1967, gli Stati Uniti hanno dato 435 dollari a ogni israeliano e 36 dollari a ogni arabo o, in altre parole, che hanno fornito al 2,5% della popolazione il 30% dell'aiuto dato al 97,5% restante.

Fonte: Statistiche dell'ONU in Le courant international
des capitaux à long terme
et les donations publiques 1951-1959
da Georges Corm, les finances d'Israël, IPS, 1968

Ma i metodi di finanziamento dello Stato di Israele sono ancor più ambiziosi: tendono a creare in favore di questo Stato una rete finanziaria mondiale di cui esso orienterebbe gli investimenti (si veda nel 1967 la prima conferenza dei miliardari ebrei).

Una recente tesi di dottorato, presentata all'università di Parigi II da Jacques Bendélac e pubblicata con il titolo Les fonds extérieurs d'Israël, fornisce su questi differenti aspetti delle finanze israeliane cifre precise, tratte da fonti inconfutabili.

Fonte: Jacques Bendélac Les fonds extérieurs d'Israël,
Parigi, Economica, 1982

L'autore studia in modo particolare i rapporti tra i contributi della Diaspora e l'aiuto diretto del governo americano.

Egli caratterizza l'evoluzione di questi rapporti nel modo seguente: "Se la Diaspora era, fino a una data recente (gli anni Settanta), il principale fornitore di capitali per Israele, la tendenza attuale indica che l'aiuto governativo americano (due miliardi di dollari all'anno circa) supera largamente i contributi finanziari della Diaspora (circa 900.000.000 di dollari all'anno)".

È stato così che, per l'anno fiscale 1980, è stata autorizzata la vendita di un miliardo di dollari di armamenti a favore di Israele. Ma, subito dopo queste consegne, la metà della somma percepita 500 milioni concessi sotto forma di prestiti era annullata... e il resto andava a ingrossare il debito di Israele nei confronti del governo americano... Un debito per il rimborso del quale esso ha beneficiato di un dilazionamento di più di dieci anni.

Inoltre, tenuto conto dell'aggravamento costante della situazione economica di Israele dopo il 1973, questi rimborsi sono stati fittizi, nella misura in cui i versamenti sono stati subito compensati da un nuovo aumentato aiuto annuale degli USA.

Fonte: T. Stauffer Christian, "Science Monitor", 20 dicembre 1981

Già al momento dell'aggressione israeliana del 1956 contro l'Egitto il contributo americano in armamenti era gigantesco; il sionista M. Bar Zohar scrisse: "A partire dal mese di giugno iniziarono ad affluire in Israele, secondo le clausole di un accordo ultra segreto, quantità enormi di armi e di queste consegne non giunse notizia né a Wa-shington, né all'organismo anglo-franco-americano incaricato di controllare l'equilibrio delle forze in Medio Oriente, né al Quai d'Orsay, particolarmente contrario ad un accostamento troppo rischioso con Israele, che avrebbe compromesso ciò che restava dei legami tra la Francia e la sua clientela araba".

Fonte: M. Bar Zohar, Ben Gourion. Le Prophète armé, cit., cap. 27


Una seconda risorsa finanziaria è rappresentata dai titoli di Stato venduti in dollari all'estero, i cui rimborsi e interessi sono pagati in moneta israeliana.

Questi titoli (venduti negli Stati Uniti per il 99,8% nel 1951 e per l'80% nel 1978) hanno reso disponibili per l'economia israeliana più di 5 miliardi di dollari.

Fonte: State of Israel Bonds, "American Jewish Yearbook",
Jerusalem-New York, 1972, p. 273; 1978, p. 205; 1980, p. 153


Tra donazioni e titoli lo Stato sionista ha ricevuto dal 1948 al 1982 quasi 11 miliardi e mezzo di dollari.

Fonti: Statistical Abstract of Israel e Bank of Israel, Annual Reports

Un'efficacia siffatta implica ciò che Bendélac chiama la "collusione tra il potere e il mondo della finanza" nel movimento sionista. Egli ne fornisce, quanto alla Francia, una descrizione significativa. Per il 1982: "Guy de Rothschild è presidente del fondo sociale ebraico unificato e dell'AUJF; David è tesoriere dell'FSJU e membro francese del Consi-glio d'Amministrazione dell'Agenzia ebraica; Alain è stato presidente del Consiglio di rappresentanza delle istituzioni ebraiche di Francia e del Concistoro israelitico centrale; Elie è presidente del Comitato esecutivo dell'AUJF; Edmond è presidente dell'Organizzazione europea dei titoli d'Israele; infine Alix de Rotschild era presidente mondiale dell'Aliya dei Giovani".

Fonte: J. Bendélac, op. cit., p. 76

Ma la dipendenza è ancora maggiore nei confronti del governo americano, soprattutto dopo gli anni Settanta: "al momento della guerra dei Sei giorni il deficit estero raggiungeva settecento milioni di dollari e superò il miliardo di dollari agli inizi degli anni Settanta. L'apporto finanziario dell'ebraismo mondiale non era più sufficiente a soddisfare le necessità di capitali dell'economia israeliana; si dovette allora fare appello all'aiuto del governo americano, che fornì innanzitutto crediti militari, prima di estendere il suo contributo al settore economico dopo la guerra del Kippur. Questo apporto di capitali da parte del governo americano si tradusse in una crescita spettacolare dell'indebitamento estero di Israele, che superò i venti miliardi di dollari nel 1982. Così il diminuito apporto finanziario della Diaspora, dopo l'inizio degli anni Settanta, si può analizzare in relazione a due aspetti della dipendenza economica di Israele: l'aiuto governativo americano e il peso del debito estero".

Fonte: Op. cit., p. 79

Dopo il 1948 l'aiuto del governo americano a Israele ha raggiunto quasi 18 miliardi di dollari, ripartiti in parti uguali tra prestiti e donazioni e per due terzi destinati a fini militari.

Fonti: Fino al 1977 Trésor, Division des échanges extérieurs;
dal 1978 al 1981, Ambasciata degli Stati Uniti (Tel Aviv)

L'accelerazione di questo aiuto è vertiginosa: in genere inferiore a 100 milioni di dollari fino al 1975 e a due miliardi di dollari fino al 1981. Nel gennaio 1985 lo Stato di Israele chiede ancora 12 miliardi di dollari per otto anni.

Quanto al debito estero, esso passa da sei miliardi di dollari nel 1973 a dieci miliardi nel 1976 e a 17 miliardi il 1 o gennaio 1981, vale a dire alla cifra record di 4.350 dollari per abitante!

L'aiuto aumenta con i contratti di subappalto, particolarmente per l'aviazione (per esempio l'Israel Aicraft Industries stipula contratti per la fabbricazione di elementi destinati agli F4 e agli F15).

Da ultimo, i finanziamenti comportano facilitazioni alle esportazioni israeliane negli Stati Uniti, che beneficiano delle tariffe preferenziali riservate ai paesi "in via di sviluppo", cosicché il 96% di queste esportazioni (un miliardo di dollari) entrano negli Stati Uniti libere da qualsiasi imposta.

In breve, una cifra sola basta a definire il carattere dello Stato sionista: il totale dell'aiuto ufficiale americano che esso riceve corrisponde da solo a più di mille dollari pro capite, cioè a una specie di mancia aggiunta al suo reddito nazionale, pari a più di tre volte il reddito nazionale lordo pro capite dell'Egitto e della maggior parte dei paesi africani.

Il professor Yeshayahu Leibowitz dell'università ebraica di Gerusalemme, che preparò un'opera sulla Foi de Maïmonide (Parigi, Cerf, 1992) e diresse per venti anni la compilazione dell'Encyclopé-die hébraique, nel suo libro Israël et Judaïsme, pubblicato in ebraico a Gerusalemme nel 1987 (e tradotto in francese nel 1993, poco prima della sua morte), riassume così, dal punto di vista di un ebreo ferito nella sua fede di sionista religioso e residente in Palestina dal 1934, ciò che pensa del sionismo politico:

"Il nostro sistema è marcio alla base" (p. 255). E ciò per due ragioni:

1 "La disgrazia deriva dal fatto che tutto si collega al problema della Nazione e dello Stato" (p. 182).

Se lo Stato e la Nazione sono considerati come un fine in sé, allora "l'ebraismo è respinto poiché lo Stato d'Israele è più importante" (ibidem). "Il nazionalismo è la distruzione dell'essenza dell'uomo" (ibidem). "Lo Stato d'Israele non è uno Stato che dispone di un esercito, ma un esercito che dispone di uno Stato" (p. 31).

2 La dipendenza di questo Stato dagli Stati Uniti: "Da noi il crollo totale si può verificare in una notte: conseguenza della totale stupidità che fa dipendere tutta la nostra esistenza dall'aiuto economico americano" (p. 225). "Gli americani sono interessati solo all'idea di mantenere qui un esercito di mercenari americani sotto l'uniforme di Tsahal" (p. 226). "La forza del pugno ebraico deriva dal guanto di acciaio americano che lo ricopre e dai dollari che lo imbottiscono" (p. 253).

 

Conclusioni

Sul buon uso dei miti come pietre miliari dell'umanizzazione dell'uomo

Tutti i popoli, ancora prima della scoperta della scrittura, hanno elaborato tradizioni orali, talvolta poggianti su avvenimenti reali, ma con la caratteristica comune di dare una giustificazione il più delle volte poetica alle loro origini, alla loro organizzazione sociale, alle loro pratiche cultuali, alle matrici del potere dei loro capi o ai progetti futuri della comunità.

Questi grandi miti punteggiano l'epopea dell'umanizzazione dell'uomo, esprimendo, attraverso il racconto delle prodezze di un Dio o di un antenato leggendario, i grandi momenti dell'ascesa dell'uomo che prende coscienza dei suoi poteri e dei suoi doveri, della vocazione al superamento della sua condizione momentanea, attraverso immagini concrete, nate dall'esperienza e dalle sue speranze; egli progetta lo Stato ultimo dell'avvenire dove si realizzeranno tutti i suoi sogni di benessere e di "salvezza".

Per non citare che alcuni esempi, relativi ai diversi continenti, il Ramayana dell'India ci fornisce, attraverso il racconto delle imprese dell'eroe Rama e di sua moglie Sita, la più nobile immgine dell'uomo e della donna, il loro senso dell'onore e della fedeltà alle esigenze di una vita senza macchia.

Il nome stesso dell'eroe Rama è simile a quello di Dio: Ram. È tale la potenza del mito, al di là del racconto, che esso ispirerà per millenni la vita dei popoli, i quali eleveranno una immagine grandiosa dell'uomo sull'orizzonte della loro vita: secoli dopo la versione di Valmiki, il poeta Tulsidas, raccogliendo attraverso la scrittura le più belle tradizioni orali, riscriverà nel XV secolo, in funzione di una visione mistica più profonda, il Ramayana, poema, sempre incompiuto, dell'ascesa umana. E quando, al momento della sua morte, Gandhi benedisse il suo assassino, l'ultima parola che gli uscì dalle labbra fu il nome di Ram.

Ciò vale anche per il Mahabaratha, culminante con la Bhagavad Gita, in cui il principe Arjuna, nel pieno della battaglia di Kurukshe-tra, si pone come ultima domanda quella sul senso della vita e delle sue lotte.

Presso un'altra civiltà, vale a dire, in un diverso contesto di rapporti dell'uomo con la natura, con gli altri uomini e con Dio, l'Iliade, attribuita a Omero che avrebbe dato forma scritta alle tradizioni orali popolari, proietta la migliore immagine dell'uomo attraverso il personaggio di Ettore, incamminato coraggiosamente verso la morte predestinata, per il bene del suo popolo.

Allo stesso modo il Prometeo di Eschilo diventerà, più di duemila anni dopo, nel XIX secolo, con Prometeo liberato di Shelley, il simbolo eterno della grandezza delle lotte di emancipazione.

Non meno dell'appello di Antigone a quelle leggi non scritte, la cui eco non ha smesso di risuonare nella mente e nel cuore di coloro che vogliono "vivere alto", più in alto delle scritture e delle leggi.

Il discorso vale anche per le grandi epopee iniziatiche dell'Africa, come quelle del Kaydara, che, trasposte dalla tradizione orale dei cantastorie all'opera scritta, hanno fatto di Hampate Ba l'Omero o il Valmiki dell'Africa, come per quelle degli autori anonimi dell'esodo delle tribù azteche, o per il Faust, riassunto di tutte le aspettative del XIX secolo europeo, maturato in Goethe per tutta la vita, o per il romanzo L'idiota di Dostoevskij, che attraverso il principe Miskin scrive una nuova versione della vita di Gesù, infrangendo tutti gli idoli della vita moderna, simile a quella descritta attraverso le avventure di don Chisciotte, il cavaliere profeta, in lotta, senza cedimenti, con tutte le istituzioni di un secolo che vede nascere il nuovo regno del denaro, personaggio condotto inevitabilmente da una generosità senza paura e senza ripensamenti alla derisione e alla sconfitta.

Questi non sono che esempi della Leggenda dei secoli che annuncia il risveglio degli uomini con Victor Hugo.

Il loro insieme costituisce la vera "storia santa" dell'umanità, la storia della grandezza dell'uomo che si afferma, anche attraverso i suoi tentativi mal riusciti per oltrepassare costumi e poteri.

La storia comunemente intesa è scritta dai vincitori, dai padroni degli imperi, dai generali devastatori della terra degli uomini, dai saccheggiatori delle ricchezze del mondo, che assoggettano il genio dei grandi inventori della scienza e della tecnica alla loro opera di dominio economico e militare.

Di questi ultimi sono rimaste le tracce sui monumenti, nelle fortezze, negli archi di trionfo, nei palazzi, nelle immagini incise nella pietra che descrivono, come a Karnak, le efferatezze di Ramsete o nelle memorie apologetiche dei cronisti alla Guibert de Nogent, cantore delle crociate, o in quelle dei predatori del dominio come nel De bello gallico di Giulio Cesare e nel Mémorial de Saint-Helene, in cui Napoleone vantava, con la penna compiacente di Las Cases, le prodezze grazie alle quali aveva lasciato una Francia più piccola di quella che aveva trovato.

Questa storia non disdegna, di passata, di mettere al suo servizio i miti, incatenandoli al suo carro di trionfo.

 

Il mito travestito da storia e il suo uso politico

La lettura del presente libro non deve creare alcuna confusione, né religiosa né politica.

La critica all'interpretazione sionistica della Torah e dei "libri storici" (specialmente quelli di Giosuè, di Samuele e dei Re) non implica assolutamente una sottovalutazione della Bibbia e di quanto ha rivelato sull'epopea dell'umanizzazione e della divinizzazione dell'uomo. Il sacrificio di Abramo è un modello eterno del superamento da parte dell'uomo delle sue morali provvisorie e delle sue fragili logiche, in nome di valori incondizionali che le relativizzano. Così come l'Esodo è il simbolo della liberazione da ogni servitù, dell'appello irresistibile di Dio alla libertà.

Quello che rifiutiamo è la lettura sionista, tribale e nazionalista di questi testi, che sminuisce l'idea dell'alleanza di Dio con l'uomo, con tutti gli uomini, e della sua presenza in tutti, e ne estrae il concetto più malefico della storia umana: quello del "popolo eletto" da un Dio unilaterale e di parte (dunque un idolo), che giustifica a priori tutte le oppressioni, tutte le colonizzazioni e tutti i massacri. Come se, nel mondo, non ci fosse altra "storia santa" che quella degli ebrei.

Dalla mia dimostrazione, sempre corroborata dalle fonti, non deriva affatto l'idea della distruzione dello Stato d'Israele, ma semplicemente la sua desacralizzazione: questa terra non fu mai promessa più di qualsiasi altra, essa fu conquistata come quella della Francia, della Germania o degli Stati Uniti in funzione dei rapporti di forza storici in ciascun secolo.

Non si tratta di rifare indefinitamente la storia a colpi di cannone, ma semplicemente di esigere, per tutti, l'applicazione di una legge internazionale, che non prolunghi oltre misura quella della giungla attualmente in vigore.

Nel caso particolare del Vicino Oriente si tratta semplicemente di applicare le decisioni di spartizione prese dall'ONU all'indomani dell'ultima guerra e la risoluzione 242, che escludeva il rosicchiamento delle frontiere dei paesi vicini, il furto delle loro acque e l'espulsione delle popolazioni dai territori invasi. L'insediamento, nelle zone illegalmente occupate, di colonie protette dall'esercito israeliano e l'armamento dei coloni significano la continuazione di fatto di un'occupazione che rende impossibile una vera pace e una coabitazione durevole dei due popoli, uguali e indipendenti, pace che sarebbe simboleggiata dal rispetto comune, senza pretese di possesso esclusivo di Gerusalemme, luogo d'incontro di tre religioni abramiche.

* * *

Similmente, la critica al mito dell'Olocausto non è una macabra contabilità sul numero delle vittime. Se ci fosse un solo uomo perseguitato per la sua fede o per la sua appartenenza etnica, si tratterebbe comunque di un crimine contro l'umanità intera.

Ma lo sfruttamento politico, da parte di una nazione inesistente quando furono commessi i crimini, di cifre arbitrariamente esagerate, per sostenere che la sofferenza degli uni non è paragonabile a quella degli altri, e la sacralizzazione (secondo lo stesso vocabolo "Olocau-sto") tendono a fare dimenticare i genocidi più feroci.

Essendone i sionisti i maggiori beneficiari, e considerandosi le uniche vittime di una guerra che in realtà ha fatto 50.000.000 di morti, essi, sulla scia del mito olocaustico, hanno creato lo Stato di Israele e lo hanno collocato al di sopra di tutte le leggi per giustificare le sue angherie all'esterno e all'interno.

* * *

Non si tratta più di accusare di malafede i milioni di onesti individui che hanno creduto a queste false mitologie, diffuse da tutti i media, e che si sono giustamente indignati per il martirio delle camere a gas o si sono convinti, attraverso la lettura letterale della Bibbia, che ignora totalmente l'esegesi moderna, della veridicità delle promesse divine fatte a un "popolo eletto". Per più di un millennio (dal IV secolo al Rinascimento) cristiani devoti hanno creduto alla "donazione" da parte di Costantino dei territori del potere temporale al pontefice romano. La menzogna ha regnato per mille anni.

Mia nonna ha visto con i suoi occhi, come migliaia di persone in buona fede, una croce di sangue sollevarsi nel cielo la notte del 2 agosto 1914. Vi ha creduto fino alla morte.

Questo libro non ha altro scopo che dare a tutti, gli elementi che permettano di giudicare i misfatti di una mitologia sionista, che, incondizionatamente sostenuta dagli Stati Uniti, ha già causato 5 guerre e costituisce una minaccia permanente per l'unità del mondo e per la pace, a causa dell'influenza che la lobby sionista esercita sulla potenza americana e, attraverso questa, sull'opinione pubblica mondiale.

I falsari e la storia critica

Infine, indicando la fonte anche per la più piccola informazione e dando la prova di ciò che noi affermiamo, volevamo separarci radicalmente da tutte le falsità destinate a gettare discredito su una religione o una comunità e ad attirare su di esse l'odio e la persecuzione.

Il modello di questo genere d'infamia sono i Protocolli dei savi di Sion, di cui nel mio libro Palestine terre des messages divins ho lungamente dimostrato (pp. 206-214) i procedimenti polizieschi di fabbricazione, ispirandomi all'irrefutabile dimostrazione fatta da Henri Rollin, nel 1939, con L'Apocalypse de notre temps (Parigi, Gallimard, 1939) che Hitler fece distruggere nel 1940, perché annientava uno degli strumenti favoriti della propaganda antisemita dei nazisti.

Henri Rollin esuma i due plagi a partire dai quali erano stati preparati agli inizi del secolo i falsi dalla polizia del ministro russo degli interni von Pleve.

1 Un opuscolo scritto in Francia nel 1864 da Maurice Joly contro Napoleone III: Dialogue aux enfers entre Montesquieu et Ma-chiavel, di cui riproduce, paragrafo per paragrafo, tutte le critiche rivolte alla dittatura dell'imperatore e che si possono applicare a qualsiasi politica di dominio.

2 Un saggio di un emigrato russo, Ilya Tsion, contro il ministro delle finanze russo conte Witte, intitolato: Où la dictature de M. Witte conduit la Russie (1895), che a sua volta era un plagio dei libelli diretti, prima del 1789, contro de Calonne e che si può applicare a tutte le relazioni di ministri delle finanze con le banche internazionali. Nel caso particolare si trattava di un regolamento di conti di Pleve contro Witte, che egli odiava.

Questo romanzo poliziesco di genere ignobile è stato, per disgrazia, utilizzato ampiamente (specie da certi paesi arabi che ho personalmente denunciato da molto tempo). Esso dava così modo ai sionisti e agli israeliani di denunciare come opera di falsari ogni critica alla loro politica nel Vicino Oriente e ai loro gruppi di pressione nel mondo.

Perciò non abbiamo sostenuto nessuna tesi senza indicare le fonti relative, a rischio di sovraccaricare il testo e di affaticare un lettore troppo desideroso di arrivare alle conclusioni senza passare attraverso il lavoro, spesso fastidioso, delle dimostrazioni.

* * *

Riassumiamo ciò che la storia critica può dire, senza sacralizzarla con miti asserviti a una politica.

Hitler, a partire dalla sua ideologia razzista, fin dalle sue prime manifestazioni politiche, prese gli ebrei come bersaglio, dopo il comunismo, il cui annientamento era la sua missione principale (cosa che gli valse a lungo l'indulgenza delle "democrazie occidentali", dalla concessione dei mezzi per il riarmo della Germania da parte degli industriali fino alla consegna di interi popoli da parte dei loro politici, per esempio a Monaco). I suoi primi pretesti, nella lotta contro gli ebrei, erano d'altro canto contraddittori: da un lato egli pretendeva che la rivoluzione d'Ottobre fosse opera degli ebrei e minacciasse l'Europa di instaurarvi, con la complicità ebraica, il comunismo, e sviluppava il tema del "giudeo-bolscevismo" come incarnazione del comunismo mondiale, e dall'altro lato, al tempo stesso, denunciava gli ebrei come incarnazione del capitalismo mondiale.

Il programma del partito nazionalsocialista proclamava già: "Un ebreo non può essere un compatriota".

Fonte: PS 1708


Escludendo così dalla nazione tedesca alcuni tra i suoi figli più gloriosi in tutti i settori della cultura, dalla musica alla scienza, sotto pretesto che erano di confessione ebraica e confondendo a bella posta religione e razza. A partire da questa mostruosa esclusione, che rinnegava il poeta Heine e cacciava il gigante Einstein, Hitler definiva in una lettera del 16 settembre 1919 al suo amico Gemlich ciò che chiamava già lo "scopo finale" (letztes Ziel): "l'allontanamento degli ebrei".

Questo scopo finale resterà tale fino alla sua morte, come la lotta contro il bolscevismo, nella quale egli si distrusse.

Questo "allontanamento degli ebrei", una costante della sua politica, prenderà forme diverse a seconda delle vicissitudini della sua carriera.

Fin dall'arrivo al potere il suo ministro dell'economia firma con l'Agenzia ebraica (sionista) l'accordo del 28 agosto 1933, che favorisce il "trasferimento" (Ha'avara in ebraico) degli ebrei tedeschi in Palestina.

Fonte: Broszat, Jacobsen, Krausnick, Anatomie des SS-Staates Monaco, 1982, II, p. 263


Due anni dopo, i decreti di Norimberga del 15 settembre 1935 danno valore legislativo agli articoli 4 e 5 del programma del partito, formulato a Monaco il 24 febbraio 1920, sulla cittadinanza del Reich e la "difesa del sangue" (come avevano fatto nel XVI secolo i "re cattolici" di Spagna con il pretesto della "limpieza de la sangre" contro gli ebrei e i mori). Ispirandosi agli esempi di Esdra e Nehemia nella Bibbia, questi decreti permettevano di escludere gli ebrei dalle funzioni pubbliche e dai posti di rilievo nella società civile. Essi vietavano i matrimoni misti e assegnavano agli ebrei lo statuto di stranieri.

La discriminazione doveva presto diventare più selvaggia con la Notte dei cristalli a partire da un pretesto.

Il 7 novembre 1938 il consigliere d'ambasciata di Parigi von Rath viene assassinato da un giovane ebreo di nome Grynzpan.

Il fatto, sfruttato dalla stampa nazista, scatena nella notte dal 9 al 10 novembre una vera caccia agli ebrei, il saccheggio dei loro negozi e la rottura delle loro vetrine (di qui il nome di Notte dei cristalli).

Il bilancio è sinistro: "Saccheggio e distruzione di 815 negozi, di 171 abitazioni, di 276 sinagoghe, di 14 monumenti della comunità ebraica, arresto di ventumila ebrei, 7 ariani, 3 stranieri, 36 morti e 36 feriti".

Fonte: Rapporto di Heydrich a Göring in data 11 novembre 1938,
Trial of the Major War Criminals, cit., IX, p. 554,
riconosciuto autentico da Göring e da tutti gli accusati di Norimberga

Non si trattava di una reazione passionale del popolo tedesco, ma di un pogrom organizzato dal partito nazista. Lo attesta il rapporto del giudice supremo del partito nazionalsocialista, Walter Buk, incaricato dell'inchiesta (doc. PS 3063 datato 13 febbraio 1939, Trial of the Major War Criminals, cit., XXXII, p. 29), che doveva giudicare i 174 membri del partito arrestati su ordine di Heydrich dopo l'11 novembre per aver organizzato questo pogrom e avervi partecipato.

Ma, tra i 174, non figurano che quadri subalterni.

Il governo (con l'eccezione di Goebbels che approvava il crimine) e il Führer stesso li sconfessarono. Ma ciò non esclude l'ipotesi di direttive provenienti dall'alto. Tanto più che Göring emise subito tre decreti che aggravarono la discriminazione:

il primo doveva colpire gli ebrei tedeschi con un'ammenda collettiva di un miliardo di marchi (PS 1412, "Reichsgesetzblatt" 1938, parte I, p. 1579);

il secondo doveva escludere gli ebrei dalla vita economica tedesca (PS 2875, "Reichgesetzblatt" 1938, parte I, p. 1580);

l'ultimo decideva che le compagnie di assicurazione dovevano versare allo Stato, e non agli interessati ebrei, il rimborso per i danni a essi causati nel corso della Notte dei cristalli (PS 2694, "Reichsge-setzblatt" 1938, parte I, p. 1581).

La similitudine dei pretesti e dei metodi per colpire in Germania gli ebrei e in Palestina gli arabi è sorprendente: nel 1982 si verifica un attentato a Londra contro un diplomatico israeliano.

I dirigenti israeliani lo attribuiscono subito all'OLP e invadono il Libano per distruggervi le basi di questa organizzazione, facendo 20.000 morti. Begin e Ariel Sharon, come un tempo Goebbels, hanno avuto la loro Notte dei cristalli con un numero molto maggiore di vittime innocenti. La differenza sta nel pretesto per lo scatenamento dell'invasione del Libano, progettata da tempo dai dirigenti israeliani. Già il 21 maggio 1948 Ben Gurion scriveva infatti nel suo Diario:

"Il tallone d'Achille della coalizione è il Libano. La supremazia musulmana in questo paese è artificiale e può facilmente essere capovolta; in questo paese deve essere instaurato uno Stato cristiano. La sua frontiera meridionale sarà il fiume Litani".

Fonte: M. Bar Zohar, Ben Gourion. Le prophète armé, cit., p. 139

Il 16 giugno il generale Moshe Dayan precisava il metodo:

"Tutto ciò che ci rimane da trovare è un ufficiale, anche un semplice capitano. Bisognerà portarlo dalla nostra parte, comprarlo, affinché accetti di dichiararsi salvatore della popolazione maronita. Allora l'esercito israeliano potrebbe entrare in Libano, occupare i territori dove stabilirebbe un regime cristiano alleato con Israele e tutto scorrerebbe come su delle ruote. Il territorio meridionale del Libano deve essere totalmente annesso ad Israele".

Fonte: Diario dell'ex primo ministro di Israele Moshe Sharett,
pubblicato in ebraico nel 1979

Ciò che rende ancor più odioso il crimine verso il Libano, nel suo stesso principio (al di là dei massacri perpetrati sotto gli occhi di Sharon e organizzati grazie a lui), è il fatto che il pretesto stesso non poteva essere imputato all'OLP.

Margaret Thatcher ha dato, di fronte alla Camera dei comuni, la prova che questo crimine era opera di nemici dichiarati dell'OLP. Subito dopo l'arresto dei criminali e l'inchiesta della polizia ha dichiarato: "Nell'elenco delle personalità da colpire, trovato indosso agli autori dell'attentato, figurava il nome del responsabile dell'OLP a Londra [...]. Ciò proverebbe che gli assalitori non avevano, come ha preteso Israele, il sostegno dell'OLP [...]. Non credo che l'attacco Israeliano in Libano sia un'azione di rappresaglia determinata da questo attentato: gli israeliani hanno trovato in esso un pretesto per riaprire le ostilità".

Fonte: "International Herald Tribune", 8 giugno 1982

Questa smentita alla propaganda israeliana è passata quasi inosservata in Francia, mentre distruggeva proprio la leggenda della "legittima difesa", servita da pretesto alla nuova aggressione.

Infatti questa guerra si iscriveva, come tutte le aggressioni e le angherie compiute dallo Stato di Israele, nella logica interna della dottrina sionista, come la Notte dei cristalli si inseriva nella logica interna del razzismo hitleriano.

La situazione degli ebrei dopo la Notte dei cristalli diventò ancora più drammatica. Le "democrazie occidentali" riunirono nel 1938 la Conferenza di Évian, che raccolse 33 paesi (non vi erano rappresentate l'URSS e la Cecoslovacchia; quanto all'Ungheria, alla Ro-mania e alla Polonia, esse vi parteciparono solo con osservatori che chiesero che le si liberasse dai loro ebrei).

Il presidente Roosevelt fornì un esempio di egoismo dicendo, nella conferenza stampa di Warm Springs, che "non era prevista nessuna revisione, né un aumento delle quote di immigrazione negli Stati Uniti".

Fonte: Mazor, Il y a trente ans, la Conférence d'Evian,
"Le monde juif" n. 50, aprile-giugno 1968, pp. 23 e 25


A Evian nessuno si curò di "farsi carico dei perseguitati e di preoccuparsi seriamente della loro sorte".

Fonte: Dix leçons sur le nazisme, sotto la direzione
di Alfred Grosser, Parigi, 1976, p. 216

Nel marzo 1943, Goebbels poteva ancora ironizzare:

"Quale sarà la soluzione della questione ebraica? Sarà creato uno Stato ebraico in un territorio qualsiasi? Lo sapremo più tardi.

"Ma è curioso constatare che i paesi nei quali l'opinione pubblica si leva in favore degli ebrei rifiutano sempre di accoglierli".

Fonte: Léon Poliakov, Bréviaire de la Haine, cit., p. 41

Dopo la disfatta della Polonia sembrò possibile un'altra soluzione provvisoria della questione ebraica: il 21 settembre Heydrich, ricordando lo "scopo finale" ordinò ai capi dei servizi di sicurezza di creare, alla nuova frontiera con l'URSS, una sorta di "riserva ebraica".

Fonte: Op. cit.

La sconfitta della Francia apriva ai nazisti nuove prospettive. Essi potevano utilizzare l'impero coloniale francese per la questione ebraica e la sua "soluzione finale".

A partire dall'armistizio del giugno 1940 fu lanciata l'idea di inviare tutti gli ebrei in Madagascar. Nel maggio 1940 Himmler, in una nota intitolata Alcune riflessioni sul trattamento degli stranieri al-l'Est, scriveva: "Spero di veder scomparire definitivamente la nozione di ebreo grazie all'evacuazione di tutti gli ebrei verso l'Africa o in una colonia".

Fonte: "Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte", 1957, p. 197

Il 24 giugno 1940 Heydrich scriveva al ministro degli affari esteri Ribbentrop che ormai era possibile concepire "una soluzione finale territoriale" ("eine territoriale Endlösung") del problema ebraico.

Fonte: Gerald Flemming, Hitler und die Endlösung, cit., p. 56

Allora fu elaborato tecnicamente il "progetto del Madagascar ": il 3 luglio 1940 Franz Rademacher, responsabile degli affari ebraici presso il ministero degli esteri, presentò un rapporto in cui diceva:

"La vittoria imminente offre alla Germania la possibilità e, a mio avviso, anche il dovere di risolvere la questione ebraica in Europa. La soluzione auspicabile è: tutti gli ebrei fuori dall'Europa ("Alle Juden aus Europa").

"Il Referat DIII propone come soluzione della questione ebraica che la Francia, nel trattato di pace, debba rendere disponibile l'isola del Madagascar per la soluzione della questione ebraica e debba trasferire e indennizzare i circa 25.000 francesi che vi risiedono. L'isola passerà sotto mandato tedesco".

Fonti: NG 2586 B; Document on German Foreign Policy
(1918-1945)
, Serie D, X, Londra, 1957, pp. 111-113


Il 25 luglio 1940 Hans Frank, governatore della Polonia, confermò che il Führer era d'accordo a proposito di questa evacuazione, ma che trasporti oltre mare di tale rilevanza non erano realizzabili finché la marina inglese aveva il controllo dei mari.

Fonte: Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher
vor dem Internationalen Militärgerichtshof Nürnberg
,
Norimberga, 1947, XXIX, PS 22.33, p. 405


Bisognava trovare una soluzione provvisoria di ricambio. Nel protocollo si legge: "Sarà responsabile dell'insieme delle misure necessarie alla soluzione finale (Endlösung der Judensfrage), senza considerazione di limiti geografici, il Reichsführer SS e capo della polizia tedesca".

Fonte: NG 2586 G


La questione ebraica si poneva ormai alla scala dell'Europa occupata dai nazisti. Dopo la sospensione provvisoria del progetto del Madagascar "la guerra contro l'Unione Sovietica ci ha permesso di disporre di nuovi territori per la soluzione finale (für die Endlösung). Di conseguenza il Führer ha deciso di espellere gli ebrei non verso il Madagascar, ma verso l'Est".

Fonte: NG 5570


Il Führer aveva infatti dichiarato il 2 gennaio 1942: "L'ebreo deve lasciare l'Europa. È meglio che se ne vadano in Russia"

Fonte: A. Hitler, Monologe im Führerhauptquartier
1941-1944
, Amburgo, Krauss, 1980, p. 241


Col riflusso delle truppe sotto la pressione dell'esercito sovietico la soluzione della questione ebraica richiese "un rigore spietato".

Fonte: H. Monneray, La persécution des juifs dans
les pays de l'Est
, pp. 91-92


Nel maggio 1944 Hitler diede ordine di utilizzare 200.000 ebrei, inquadrati da 10.000 Waffen SS, nelle fabriche di armi o nei campi di concentramento in condizioni cosi orribili che le epidemie di tifo fecero decine di migliaia di vittime, imponendo la moltiplicazione dei forni crematori.

In seguito i deportati furono destinati a costruire strade, in condizioni di spossatezza e di fame tali che la maggior parte di loro, decine di migliaia, morirono.

Il martirio dei deportati ebraici e slavi derivo dalla ferocia dei padroni hitleriani che li trattavano come schiavi, ritenendoli perfino sprovvisti di valore come lavoratori.

Questi crimini di Hitler non possono essere sottovalutati, come non possono esserlo le sofferenze indicibili delle sue vittime. Percio non c'e alcun bisogno di aggiungere all'orribile quadro dei lampi d'incendio tratti dall'lnferno di Dante, ne di dargli la cauzione teologica e sacrificale dell'Olocausto per testimoniarne la profonda inumanita.

La storia meno enfatica e, da sola, piu accusatrice del mito. E soprattutto essa non riduce l'ampiezza di un vero crimine contro l'umanita, che e costato 50.000.000 di morti, alle dimensioni di un pogrom nei confronti di una sola categoria di vittime innocenti, mentre sono morti a milioni con le armi in mano per far fronte a questa barbarie.

* * *

Il bilancio storico, ripetiamo, ha ancora carattere provvisorio. Come per ogni storia critica e come per qualsiasi scienza, esso e rivedibile e sara rivisto in funzione della scoperta di nuovi elementi: enormi archivi tedeschi sono stati sottratti e trasferiti negli Stati Uniti e non sono stati ancora completamente esaminati. Altri archivi, in Russia, cui a lungo i ricercatori non hanno potuto accedere, hanno cominciato ad aprirsi.

Resta dunque da compiere un grande lavoro, a condizione di non confondere il mito con la storia e di non pretendere di mettere le conclusioni prima della ricerca, come ha voluto imporre finora un certo terrorismo intellettuale: la canonizzazione dei testi di Norimberga si e rivelata ben fragile.

La storia, come le scienze, non puo partire da un a priori intoccabile.

Norimberga aveva diffuso delle cifre, le piu importanti delle quali si sono rivelate false: i "4 milioni" di morti di Auschwitz sono stati ridotti a "un po' piu di un milione". Anche le autorita hanno dovuto accettare questa revisione e sostituire le targhe commemorative del crimine.

Il dogma dei "sei milioni", gia messo in dubbio dai difensori piu intransigenti del genocidio come Reitlinger, che arrivo nel suo libro La solution finale a quattro milioni e mezzo, e ormai abbandonato da tutta la comunita scientifica, anche se resta un tema di propaganda mediatica nei confronti dell'opinione pubblica e delle scolaresche.

Mostrare la vanita di questi a priori aritmetici, non vuol dire impegnarsi in una verifica contabile, che sarebbe macabra, ma significa sottolineare come la volonta deliberata di perpetuare una menzogna abbia costretto a falsificare sistematicamente e arbitrariamente la storia.

Per trasformare in mito il martirio reale degli ebrei, col pretesto di non banalizzarlo, e stato necessario non solo far passare in secondo piano tutti gli altri, come la morte di 17 milioni di sovietici e di 9 milioni di tedeschi, ma anche conferire alle sofferenze reali degli ebrei un carattere sacrale (sotto il nome di Olocausto) rifiutato a tutte le altre vittime.

Per raggiungere questo obiettivo e stato necessario violare tutte le regole elementari della giustizia e della ricerca della verita.

Occorreva, per esempio, che "soluzione finale" significasse "sterminio" o "genocidio", mentre nessun testo permette questa interpretazione, trattandosi sempre di espulsione di tutti gli ebrei europei, all'Est dapprima e poi in una qualsivoglia riserva africana. Il che e gia sufficientemente mostruoso.

E stato necessario falsificare tutti i documenti: tradurre "trasferimento" con "sterminio". Cosi che questo "metodo" di interpretazione permettesse di far dire qualsiasi cosa a qualsiasi documento. Quello che era un orribile massacro diventava "genocidio".

Per non citare che un caso di questa manipolazione tendenziosa dei testi, Jean-Claude Pressac, nel suo libro su Les Crématoires d'Aushwitz (1993), e talmente preoccupato di aggiungere un orrore supplementare alla spaventosa mortalita nei campi di concentramento, che ogni volta che incontra la parola tedesca Leichenkeller, "deposito di cadaveri", cioe "obitorio", traduce "camera a gas", come a p. 65. Inoltre egli introduce la nozione di "linguaggio cifrato", dicendo che il boia (Messing) "non ebbe il coraggio di scrivere che il ''deposito dei cadaveri'' era una ''camera a gas''" (p. 74). Ora l'ipotesi del linguaggio cifrato, costantemente utilizzata per far dire ai documenti cia che si vorrebbe che dicessero, non ha alcun fondamento, innanzitutto perche Hitler e i suoi complici, come abbiamo dimostrato, non hanno mai cercato di dissimulare gli altri loro crimini e se ne sono vantati cinicamente con un linguaggio chiaro, in secondo luogo perche gli inglesi avevano sviluppato molto le tecniche e le attrezzature per l'interpretazione dei codici e disponevano dei messaggi in chiaro, messaggi che, per realizzare un'impresa tecnica tanto gigantesca come lo sterminio industriale di milioni di uomini, avrebbero dovuto essere numerosi.

Il rifiuto sistematico di tener conto dell'espressione, cosi frequente nei testi hitleriani, di "soluzione finale territoriale" e anche rivelatore della volonta di rifiutare qualsiasi analisi che non giustificasse le conclusioni a prbori: i "sei milioni" e il "genocidio".

Con lo stesso criterio arbitrario, quando e stato provato che, malgrado un numero considerovole di dichiarazioni di "testimoni oculari" sull'esistenza di "camere a gas", queste ultime non erano mai esistite in territorio tedesco, e stato necessario continuare a ritenere incontestabili le testimonianze identiche sulla loro esistenza nei campi dell'Est.

Infine, il rifiuto di discutere le perizie tecniche in un modo che sia allo stesso tempo scientifico e pubblico, e rispondere piuttosto con la repressione e il silenzio non possono che mantenere il dubbio.

Non esiste una requisitoria piu efficace contro l'hitlerismo dell'affermazione della verita storica.

E a cio che abbiamo voluto contribuire con questo dossier.

 


Fine


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Roger GARAUDY, I miti fondatori della politica israeliana, Graphos, 1996, Traduzione di Simonetta Littera e Corrado Basile.
Graphos, Campetto 4, 16123 Genova.


"Israele come stato ebraico costituisce un pericolo non solo per se stesso e per i suoi abitanti, ma per tutti gli ebrei e per tutti gli altri popoli e stati del Medio Oriente e anche altrove."

- Prof. Israel Shahak, ebreo israeliano e direttore della lega israeliana per i diritti umani e civili


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